Nonviolenza

Una cosa da ricordare è che “Nonviolenza” è una parola da scrivere unita perché ha un significato più ampio del solo no alla violenza.

La persona più conosciuta per averla sperimentata e insegnata è probabilmente Mohandas Karamchand Gandhi, vissuto in India tra la fine dell’ottocento e la prima metà del secolo scorso.

La sua idea di nonviolenza trae origine dalla tradizione indù dell’ahimsa, che non è un semplice divieto ma può essere intesa come agire fondato sulla verità e sull’amore. Essa dunque implica sia l’astensione dal commettere violenze su persone o animali, sia l’impegno ad una vita attiva per migliorare e rendere più giusta la propria società. Un progetto costruttivo dunque, anziché un generico pacifismo passivo.

La figura di Gandhi è senza dubbio il riferimento etico-filosofico più importante e sta alla base del moderno pensiero nonviolento. Tuttavia radici culturali si trovano in tutte le tradizioni religiose ed in numerosi pensatori dei secoli precedenti. Dal cristianesimo al buddismo, dall’animismo all’islam, in ogni fede è possibile rintracciare elementi che si richiamano alla sacralità della vita, all’amore per gli altri e al rifiuto della vendetta.

La nonviolenza non nasce con Gandhi, e casi storici di lotte non armate si trovano in tutte le epoche. Nel corso del ventesimo secolo però, grazie al messaggio suo e di altri pensatori contemporanei, la nonviolenza diventa per la prima volta concreto strumento politico oltre che aspirazione etico e morale. La tragedia delle due guerre mondiali e l’ingresso nell’era atomica, infatti, pongono per la prima volta all’umanità la sfida della propria sopravvivenza.

In Italia la nonviolenza stenta a trovare consensi ampi, stretta com’è tra la diffidenza di buona parte del mondo cattolico per ogni forma di disobbedienza e ribellione, e l’ortodossia comunista che giustifica la violenza in nome della lotta di classe.

Vi sono tuttavia delle personalità che si distinguono già a partire dagli anni quaranta, e pur non avendo un seguito di massa diventano punti di riferimento culturale a livello nazionale. In particolare Aldo Capitini, pensatore religioso e politico fuori dagli schemi e animatore di molte iniziative, tra cui la prima Marcia per la pace Perugia – Assisi. Capitini è il primo in Italia a parlare esplicitamente di nonviolenza, come forma di azione per scendere più nel profondo rispetto al vecchio pacifismo generico e sedentario.

Nonviolenza vuol dire tante cose e si applica a molti piani della vita umana.

In campo internazionale l’azione nonviolenta continua ad essere una strategia di lotta per rivendicare i propri diritti senza l’uso delle armi ricercando il sostegno dell’opinione pubblica internazionale e creando così un’alternativa concreta all’estremismo terrorista.

In campo interno e interpersonale la nonviolenza si traduce nella gestione costruttiva dei conflitti quotidiani. Molte allora sono le possibili azioni di mediazione: sociale, di quartiere, nelle scuole, interculturale, penale ed altre. Ma la sfida è vincente se si riesce ad affiancare agli strumenti di gestione “ordinaria” dei conflitti un’azione più radicale di critica e cambiamento al sistema di vita delle nostre società.

Ricollegare dunque i due principi di Gandhi del satyagraha (in sanscrito forza della verità) e del sarwodaya (benessere per tutti) è il modo migliore perché la nonviolenza sia qualcosa di più del solo no alla violenza e diventi una richiesta e una disponibilità a prendersi cura l’uno dell’altro.

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