CORPI CIVILI DI PACE:
RICETTA PER UN BUON OPERATORE CCP:
RIPIENO, AL FORNO, SALTATO IN PADELLA
Ingredienti, preparazione, farcitura
da un articolo di Francesca Zinno

Ci sono vari tipi di Operatori dei Corpi Civili di Pace.

  • Ripieni: di cultura, di lingue, di ragionamenti.
  • Al forno: più leggeri ma molto equilibrati e istruiti. 
  • Saltati in padella: sempre allegri, mai fermi, pronti a tutto. 
Ce ne sarebbero molti altri, ma per oggi accontentatevi della ricetta base.

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Ingredienti 
  • Rispetto 
  • Disponibilità e pazienza 
  • Elasticità 
  • Pro attività e fantasia 
  • Curiosità 
  • Professionalità 
  • Forza di volontà


Preparazione
Abbondate in rispetto: è l’ingrediente fondamentale. L’Operatore dei CCP non riesce bene se non ha rispetto per se stesso, per gli altri e per la cultura che andrà a conoscere. Abbondando in rispetto, saprà reagire quando manca.

Disporre il rispetto a creare un cratere e aggiungere, una volta sciolte a fuoco lento, disponibilità e pazienza. Amalgamare bene. I progetti a cui si affaccia l’Operatore dei CCP sono nuovi e questi ingredienti saranno utilissimi nel momento in cui gli verrà chiesto di fare cose che a lui non competono e che non sono minimamente collegate con lo scopo del progetto. Ogni nuova esperienza è l’agente lievitante, utile per la sua crescita.

Per rendere l’impasto morbido e maneggevole, aggiungere una fiala di elasticità: lo renderà flessibile a ogni orario e a ogni richiesta e aumenterà l suo spirito di adattamento.

Senza setacciare, aggiungere a cascata tanta fantasia e pro attività in modo che in qualsiasi momento l’Operatore sappia cavarsela e abbia sempre un asso nella manica da poter sfruttare. Le nuove idee sono sempre utili e se talvolta si pensa troppo in grande, nulla da temere: sono idee buone per il futuro. Niente va perduto.

Un pizzico di curiosità serve per permettergli di scoprire culture sempre diverse, le loro affascinanti sfaccettature, magari per cercare le origini delle più strampalate tradizioni e immergersi completamente nella nuova realtà.

Infine, montare a neve e aggiungere tanta professionalità in modo tale che anche quando si troverà davanti ad uno stregone che vuole fargli provare le sue pozioni e le sue creme egli saprà come reagire ponendo domande e annuendo, sfoderando il suo ingrediente principale (il rispetto) e moderando le capacità professionali rispetto a ogni occasione.

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Cotto l’impasto, cospargere con generose manciate di  forza di volontà per far si che, nonostante tutte le difficoltà e i dubbi che gli si porranno davanti, non si fermerà, ma imperterrito raggiungerà lentamente i suoi risultati, anche se piccoli.

Consigli
L’Operatore dei CCP si farcisce a piacere con nuove amicizie, esperienze di vita nuove e prospettive sempre diverse viste da ogni parte del mondo. 

Si può conservare fino a 12 mesi ma ogni tanto ha bisogno di svagarsi. Quindi ricordategli di usufruire dei 20 giorni di permesso a sua disposizione per girare il mondo senza perdere nessun ingrediente per strada.

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Per leggere per leggere la ricetta integrale di Francesca Zinno, clicca qui.


Francesca Zinno è stata volontaria dei Corpi Civili di Pace con il progetto di C
ESC Project in Tanzania “Nyeupe Na Nyeusi. Il bianco e il nero”, per la difesa dei diritti degli albini e per l’integrazione scolastica dei disabili.

Se vuoi saperne di più sui Corpi Civili di Pace con CESC Project, 
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CORPI CIVILI DI PACE
RICETTA 
PER FARE BUONI OPERATORI CICIPÌ
di Francesca Zinno

Ci sono vari tipi di Operatori dei Cicipì:
  • Ripieni: di cultura, di lingue, di ragionamenti. 
  • Al forno: più leggeri ma molto equilibrati ed istruiti. 
  • Saltati in padella: sempre allegri, mai fermi e pronti a tutto. 
Ce ne sono altri, ma per oggi ci accontenteremo della ricetta base, analizzando gli ingredienti principali.

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Ingredienti:
  • Rispetto
  • Disponibilità e pazienza
  • Elasticità
  • Pro attività e fantasia
  • Curiosità
  • Professionalità
  • Forza di volontà
 
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Preparazione 
Il primo ingrediente deve essere presente in abbondanza, a mio parere è fondamentale e necessario, l’Operatore Cicipì non può venire bene se non ha rispetto innanzitutto per se stesso, poi per gli altri e per la cultura che andrà a conoscere. Il rispetto deve essere presente in ogni sua azione e verso ogni cosa, anche per la minima goccia d’acqua, avendone rispetto saprà come reagire nel momento in cui gli mancherà per due mesi ed imparerà a rispettare ancora meglio tutti e tutto ciò che lo circonda.

Disporre il rispetto a creare un cratere e aggiungere, una volta sciolte a fuoco lento, disponibilità e pazienza e amalgamare bene. I progetti a cui si affaccia l’Operatore Cicipì sono nuovi e questi ingredienti saranno utilissimi nel momento in cui gli verrà chiesto di fare cose che a lui non competono direttamente e che non sono minimamente collegate con lo scopo del progetto. l’Operatore Cicipì imparerà ad apprezzare tutto e che ogni nuova esperienza, qualunque essa sia, va presa come agente lievitante ed utile per la sua crescita.

Per rendere l’impasto più morbido e maneggevole va aggiunta una fiala di elasticità, questo ingrediente lo renderà flessibile ad ogni orario, richiesta e aiuterà ad aumentare il suo spirito di adattamento.

Senza setacciare aggiungere, a cascata, tanta fantasia e pro attività in modo tale che in qualsiasi momento l’Operatore Cicipì sappia cavarsela ed abbia sempre un asso nella manica da poter sfruttare. Le nuove idee sono sempre utili e se talvolta si pensa troppo in grande, nulla da temere, potranno sempre essere disponibili per il futuro, niente va perduto.

Un pizzico di curiosità serve per permettergli di scoprire culture sempre diverse e le sue affascinanti sfaccettature magari per cercare le origini delle più strampalate tradizioni e quindi immergersi completamente nella nuova realtà che vivrà.

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In ultimo montare a neve e aggiungere tanta professionalità in modo tale che anche quando si troverà davanti ad uno stregone che vuole fargli provare le sue pozioni e le sue creme egli saprà come reagire ponendo domande ed annuendo, sfoderando il suo ingrediente principale (il rispetto) e moderando le capacità professionali rispetto ad ogni occasione.

Una volta cotto l’impasto cospargere con abbondante forza di volontà per far si che, nonostante tutte le difficoltà e i dubbi che gli si porranno davanti, non si fermerà ed imperterrito raggiungerà lentamente i suoi risultati, anche se piccoli. In questo modo avrà la capacità di capire che non tutto è stato vano e che il suo impegno è valso a qualcosa.

Consigli
L’Operatore Cicipì si saprà farcire a piacere con nuove amicizie, esperienze di vita nuove e prospettive sempre diverse  viste da ogni parte del mondo. Si può conservare fino a 12 mesi ma ogni tanto ha bisogno di svagarsi quindi ricordategli di usufruire dei 20 giorni di permesso a sua disposizione per girare il mondo senza perdere nessun ingrediente per strada.

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Francesca Zinno è stata volontaria dei Corpi Civili di Pace con il progetto di CESC Project in Tanzania “Nyeupe Na Nyeusi. Il bianco e il nero”, per la difesa dei diritti degli albini e per l’integrazione scolastica dei disabili.

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CORPI CIVILI DI PACE A IBARRA, IN ECUADOR
PROGETTO “CAMMINIAMO INSIEME”
STORIE DESPLAZADE
“Non si affittano case ai colombiani”
da un reportage di Gloria Volpe

Sono le dieci di sera e sto guidando il pickup scassato che la Fondazione ci ha dato per aiutare Lorena a traslocare. Conosco questa famiglia da quattro mesi dei nove che mi trovo qui in Ecuador, a Ibarra, e è la quarta volta che cambiano di alloggio. Anche questa volta, provvisorio. 

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Lorena e la sua famiglia sono rifugiati colombiani; nel loro paese, di “traslochi” ne hanno fatti più di quindici. Spostamenti furtivi, veloci, nascosti, angoscianti. Questa è la storia dei desplazados colombiani, sfollati nel conflitto armato da parte di guerriglieri, paramilitari e/o soldati. La Colombia ne ha visti muoversi nei suoi confini circa 7,3 milioni negli ultimi 50 anni. 

Come Lorena, circa 57.000 colombiani, secondo gli ultimi dati dell’UNCHR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) aggiornati a settembre 2016, hanno ottenuto lo status di rifugiato in Ecuador. Superata la frontiera, si raggiunge il porto sicuro dove approda chi è costretto a fuggire e cerca di ricostruire una nuova vita, segnata spesso da violenza e dolore. La tranquilla Ibarra, distando solo 3 ore dal confine colombiano, è una delle mete privilegiate. Arrivati in Ecuador, come quasi tutti i loro connazionali, Lorena e la sua famiglia hanno vissuto serie difficoltà a trovare un posto dove stare. “Non si affittano case ai colombiani”.


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“Da quanto tempo sei qui?” è una tra le domande che si fanno durante i primi incontri conoscitivi. “Centoventinove giorni”. Alla domanda, pensi di ricevere una risposta in mesi, anni, settimane. No, quasi tutti rispondono in giorni. “Sessantacinque giorni”, “Quarantatre giorni”, “duecentotrentasette giorni”. Immagino queste persone svegliarsi ogni mattina e aggiungere un'altro giorno al loro conteggio. 

Io e Giovanni siamo ad Ibarra come Corpi Civili di Pace per conto del CESC Project, in un nuovo programma della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento del servizio civile nazionale. Ufficialmente appoggiamo famiglie rifugiate e le assistiamo nella parte legale, educativa e sanitaria. Nella pratica, facciamo in modo che una persona che arrivi qui completamente traumatizzata e persa, possa sentirsi presa sotto braccio e non resti sola.
Camminiamo insieme. Che è l’azzeccato nome del nostro progetto. 

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Per leggere il reportage integrale di Gloria Volpe, clicca qui.

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progetto in Ecuador “Camminiamo insieme: percorsi di reinserimento sociale per i rifuguati colombiani vittime di violenza”

CORPI CIVILI DI PACE A IBARRA, IN ECUADOR
PROGETTO “CAMMINIAMO INSIEME”
350 QUESTIONARI, TRA PERCENTUALI E SENTIMENTI
Viaggio tra gli “inaccettabili” nel Paese più accogliente del mondo
da un reportage di Giovanni Candeloro


Nella nostra attività nei Corpi Civili di Pace a Ibarra, nel Nord dell'Ecuador, ci siamo trovati immersi nel microcosmo dei rifugiati colombiani, permeato di pregiudizi, cecità e conflitti.
A livello sociale, nel cuore della timida e riservata cultura andina ecuatoriana, “colombiano” è sinonimo di casinista, violento, criminale, pericoloso, narcotrafficante. In una parola, “inaccettabile”.
Abbiamo allora raccolto le testimonianze di questi “inaccettabili” attraverso 350 questionari, ricavandone 350 video-interviste.

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In apparenza, dopo gli Accordi di pace tra il governo e le FARC del 2016, in Colombia non c’é più guerra. I colombiani che arrivano in Ecuador non sono “rifugiati”, non potrebbero esser trattati come tali.
Ma fra gli intervistati, la metà è emigrata dalla Colombia “pacificata”, è stata costretta a “lasciare casa in maniera improvvisata” - cioè fuggendo - perché non si sentiva sicuro a casa, i suoi diritti erano violati. Per tre quarti di loro lasciare il Paese è stata una decisione forzata. Un terzo di essi è stato personalmente perseguitato. 
Non sono esattamente proporzioni che descrivono un contesto pacifico e sicuro, per cui si possano negare i diritti di rifugiati.

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L’Ecuador è definito a livello internazionale come uno dei Paesi più accoglienti. Ma solo il 20% dei colombiani intervistati ha lo stato di rifugiato e la percentuale scende al 6% fra gli emigrati dopo gli Accordi di pace. Inoltre, un intervistato su tre definisce l'ecuadoriano comune poco accogliente, diffidente, troppo chiuso in se stesso; e un rifugiato su tre non si sente al sicuro nemmeno in Ecuador.
I video-racconti hanno la capacità di giungere dove qualsiasi dato statistico non può arrivare, nella dimensione che più di altre ci rende capaci di restare umani, di provare empatia e di rimodellare con essa la nostra percezione della realtà: la dimensione sentimentale.
Anche se nella loro forma di numeri e percentuali, abbiamo comunque voluto inserire questa dimensione nella nostra ricerca e abbiamo chiesto agli “inaccettabili” di dirci quali sentimenti provano pensando alla propria condizione. Ebbene: non trapelano né rancore né collera. Nessuno dei 350 “violenti” e “inaccettabili” intervistati si è dichiarato desideroso di vendetta. La speranza domina su tutti i sentimenti, è nel cuore del 63% degli intervistati.

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Per leggere il reportage di Giovanni Candeloro, clicca qui.

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progetto in Ecuador “Camminiamo insieme: percorsi di reinserimento sociale per i rifugiati colombiani vittime di violenza”



CORPI CIVILI DI PACE IN TANZANIA
PROGETTO ''NYEUPE NA NYEUSI. IL BIANCO E IL NERO''.
L’INCLUSIONE SCOLASTICA DEI BAMBINI CON DISABILITÀ
“May I come in?” non è solo un esercizio d’inglese
da un reportage di Sabina Calzolari


Sul muro della scuola di uno sperduto villaggio nel sud della Tanzania, si legge: “Elimu ni nuru”, che in swahili significa “L'istruzione è luce”.
La consapevolezza dell'importanza dell'educazione è ormai radicata nella popolazione tanzaniana. Il tasso attuale di alfabetizzazione si attesta al 78%, ma sembra destinato a crescere.
L’inglese, seconda lingua nazionale, si impara con frasi recitate a memoria: “May I come in?”, chiedono i bambini al loro insegnante prima di entrare in classe, talvolta senza ricevere risposta.

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Anche i bambini con disabilità chiedono il permesso di entrare. Lo fanno per avere un'opportunità in più di crescere, di condividere le giornate con i loro coetanei e di sgretolare a piccoli colpi il muro che li tiene ancora nell'ombra.
Il diritto allo studio è garantito dalla legge, il Disability act, che recita: “Le persone con disabilità, di ogni età e sesso, hanno gli stessi diritti di accesso all'istruzione [...] degli altri cittadini”.
Nella pratica, invece, sono numerosi i casi di bambini rifiutati da scuole pubbliche e private, perché considerati non in grado di imparare; altri costretti a rinunciare all'educazione per problemi di costi, trasporto, barriere architettoniche o scarso appoggio della famiglia stessa.
Tra loro anche i bambini albini, etichettati come “disabili della pelle”, anche se la loro disabilità è semmai un problema di ipovisione, più o meno grave.

In un contesto ancora ostile, si iniziano tuttavia a rilevare i primi successi, da una parte indotti dall'intervento governativo, dall'altra spinti dalle famiglie dei bambini disabili e da altre organizzazioni, locali e non, che si occupano in diverse forme di disabilità. Anche grazie al supporto di programmi di inclusione scolastica come quello del centro riabilitativo su base comunitaria "Inuka", attraverso il quale sono seguiti e incoraggiati allo studio diversi bambini disabili inseriti nelle scuole del circondario,  non è più una rarità vedere un ragazzino diversamente abile seduto al banco di una scuola pubblica. 

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Qualcuno potrebbe dire che la Tanzania ha problemi ben più urgenti e importanti che garantire il diritto allo studio ai bimbi disabili. Ma le persone con disabilità nel Paese sono 4,2 milioni: ignorare i loro diritti rappresenta non solo una inaccettabile ingiustizia, ma anche un insostenibile peso sociale e economico.
La legge già esiste e non resta che renderla effettiva, ecco perché il compito fondamentale delle ONG, delle associazioni di persone con disabilità e dei singoli interessati al problema, è quello di spingere le istituzioni governative ad essere parte attiva nel cambiamento e non cercare di colmarne le carenze.


Per leggere il reportage integrale di Sabina Calzolari, clicca qui.

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fra i quali continua il 
progetto in Tanzania “Nyeupe Na Nyeusi. Il bianco e il nero”.


CORPI CIVILI DI PACE IN TANZANIA 
PROGETTO ''NYEUPE NA NYEUSI. IL BIANCO E IL NERO'' 
''MAY I COME IN?'' 
di Sabina Calzolari 

Sul muro che delimita l'ingresso alla scuola di Mambegu, un piccolo e sperduto villaggio nel sud della Tanzania, si legge ''Elimu ni nuru'', che tradotto dal swahili significa ''L'istruzione è luce''
La consapevolezza dell'importanza dell'educazione è ormai radicata nella popolazione tanzaniana, tanto che le famiglie con qualche possibilità economica investono gran parte delle loro risorse per garantire ai figli la possibilità di studiare. Il tasso attuale di alfabetizzazione si attesta al 78%1, ma sembra destinato a crescere. 

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La Tanzania è oggi un paese che offre alle nuove generazioni, se in possesso di una buona istruzione, prospettive di un futuro migliore. Si trova attualmente al diciottesimo posto mondiale nella classifica del tasso di crescita del PIL2, al sesto in Africa. 

La scuola pubblica primaria, gratuita e obbligatoria, è tuttavia ancora molto distante dagli standard qualitativi del nostro ''primo mondo'': le classi sono composte da 80 bambini in media; mancano totalmente libri di testo, materiali scolastici e spesso anche sedie e banchi; il rapporto numerico insegnante-alunni costringe ad un approccio educativo mnemonico e che ignora le esigenze del singolo alunno. Si insegnano alcune frasi in inglese, la seconda lingua nazionale, imparate come filastrocche: ''May I come in?'', chiedono i bambini al loro insegnante prima di entrare in classe, talvolta senza ricevere risposta. 

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Sulla porta di un sistema scolastico fragile e carente, con un filo di voce, anche i bambini con disabilità chiedono il permesso di entrare. Lo fanno per avere un'oppurtunità in più di crescere, di condividere le giornate con i loro coetanei e di sgretolare a piccoli colpi il muro che li tiene ancora nell'ombra.
Mentre nel 2010 veniva varata un'importantissima legge a tutela delle persone con disabilità (''Disability act'')3, in tutto il territorio si rilevavano ancora numerosi casi di minori disabili chiusi nelle loro case e nascosti alla comunità e tuttora i diritti a loro garantiti per legge non vengono spesso riconosciuti. Le autorità governative a tutti i livelli, specialmente a quello locale, raramente sono a conoscenza della legge sulla disabilità. 

Il diritto allo studio è garantito in un articolo della legge che recita: ''Le persone con disabilità, di ogni età e sesso, hanno gli stessi diritti di accesso all'istruzione [...] degli altri cittadini''.
Nella pratica, invece, sono numerosi i casi di bambini rifiutati da scuole pubbliche e private, perché considerati non in grado di imparare; altri costretti a rinunciare all'educazione per problemi di costi, trasporto, barriere architettoniche o scarso appoggio della famiglia stessa. 
Tra loro anche i bambini albini, etichettati come ''disabili della pelle'', definizione che rende evidente la scarsa conoscenza della loro disabilità che si evidenzia esclusivamente in un problema di ipovisione, più o meno grave. 
In un contesto ancora ostile, si iniziano tuttavia a rilevare i primi successi, da una parte indotti dall'intervento governativo, dall'altra spinti dalle famiglie dei bambini disabili e da altre organizzazioni, locali e non, che si occupano in diverse forme di disabilità. Anche grazie al supporto di programmi di inclusione scolastica come quello del centro riabilitativo su base comunitaria "Inuka"4, attraverso il quale sono seguiti e incoraggiati allo studio diversi bambini disabili inseriti nelle scuole del circondario,  non è più una rarità vedere un ragazzino diversamente abile seduto al banco di una scuola pubblica.  

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Alcune scuole, con una particolare ''vocazione'', hanno istituito strutture di accoglienza residenziale dedicate esclusivamente ai disabili e accolgono bambini anche da zone piuttosto lontane. Nelle stesse scuole è più facile trovare insegnanti formati nell'ambito dell'educazione speciale e programmi dedicati per bambini ipovedenti. 
Nonostante un incremento del numero di disabili inseriti nelle scuole, sono ancora diverse le lacune del sistema. 
In primis molti dei passi fatti verso l'inclusione sono stati possibili grazie a iniziative personali, di rare strutture scolastiche o di altre organizzazioni; le istituzioni governative si dimostrano ancora poco sensibili al problema e spesso incapaci o disinteressate a mettere in pratica misure efficaci. 
Laddove il bambino disabile è inserito a scuola, si rileva spesso una parziale conoscenza delle sue esigenze da parte del personale educativo, fino a casi in cui sono istituite classi speciali di bambini con disabilità intellettive, insomma il contrario di inclusione. Quando invece gli insegnanti sono formati e attenti, ci si scontra ancora con la difficoltà pratica di una classe formata da 80 studenti.  

È vero, qualcuno potrebbe dire che la Tanzania si trova ancora ad affrontare problemi ben più importanti e garantire alle persone con disabilità il loro diritto allo studio potrebbe passare in secondo piano. 
Eppure sono 4,2 milioni le persone con disabilità5 censite nel paese che se ignorate nei loro diritti rappresenteranno un peso sociale ed economico sempre maggiore. 
La legge già esiste e non resta che renderla effettiva, ecco perché il compito fondamentale delle ONG, delle associazioni di persone con disabilità e dei singoli interessati al problema, è quello di spingere le istituzioni governative ad essere parte attiva nel cambiamento e non cercare di colmarne le carenze.

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1 Fonte: www.indexmundi.com

2 Fonte: www.indexmundi.com

3 Per leggere il testo completo: http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:lPo73qJ3K1cJ:www.lrct.go.tz/download/laws_2010/09-2010%2520Persons%2520with%2520Disabilities%2520Act,%25202010.pdf+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=tz

4 Inuka Southern Highlands Community Based Rehabilitation: http://www.inukacbr.org/

5 Fonte: http://www.ccbrt.or.tz/programmes/disability/disability-in-tanzania/


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fra i quali prosegue il 
progetto in Tanzania “Nyeupe Na Nyeusi. Il bianco e il nero”.
CORPI CIVILI DI PACE A MBEYA, IN TANZANIA: 
PROGETTO ''NYEUPE NA NYEUSI. IL BIANCO E IL NERO'' 
LA CITTÀ VERDE E GLI ALBINI AFRICANI 
“C’è il bianco, il nero e mille sfumature di colori in mezzo e lì in mezzo siamo noi” 
da un reportage di Azzurra Cori


La chiamano la città verde. Appena messo piede a Mbeya mi è sembrato fosse un nome appropriato, con l’esplosione di colori che la stagione delle piogge è scatena qui, a quasi 1700 metri di altezza, in questa valle circondata dai monti. 

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Le tonalità di verde sono infinite ed è sorprendente scoprirne di nuove ogni giorno. 

Sono tornata in Tanzania convinta di aver visto già quasi tutto di questa terra. Ma avevo scordato cosa volesse dire camminare per le strade e sentirsi gli occhi costantemente puntati addosso per via del colore della mia pelle, io una delle poche Mzungu (bianca) per le strade di Mbeya.
In questi 7 mesi non sono cambiati solo i paesaggi; abbiamo anche raccolto i primi frutti del nostro progetto dei Corpi Civili di Pace, un progetto complesso non solo per la sua novità, ma anche per la tematica che affronta: l’albinismo in Tanzania. 



Essere un albino in Africa
Mi sono chiesta molte volte cosa si potesse provare ad essere un un albino in africa, un nero bianco. Un ossimoro che pesa come un macigno in una terra ancora piena di superstizioni e credenze popolari. 

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Essere albini in Africa significa non potersi mai togliere di dosso gli occhi indiscreti di chi pensa che le persone affette da albinismo siano dei fantasmi che non muoiono mai ma svaniscono magicamente nel nulla, e chi pensa che sia una condizione contagiosa, e pensa di potersi arricchire bevendo pozioni fatte con parti dei loro corpi.

Essere albini in Africa non significa solo doversi proteggere quotidianamente contro il caldo sole equatoriale che ti brucia e ustiona la pelle e ti costringe ad indossare grandi cappelli e abiti lunghi.
Essere albini in Africa significa più di tutto dover vivere in una situazione di esclusione sociale e discriminazione dovuta alla sola differenza del colore della pelle.
Una differenza che risiede nella sola percezione che ognuno ha di tutto ciò che è diverso da lui.

Una cosa è certa: in questi 7 mesi ho imparato ad apprezzare tutte le sfumature di colori che i paesaggi e le persone hanno saputo regalarmi perché come recita una vecchia canzone dei 99 posse “C’è il bianco, il nero e mille sfumature di colori in mezzo e lì in mezzo siamo noi”.

Per leggere il reportage integrale di Azzurra Cori, clicca qui.

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fra i quali prosegue il 
progetto in Tanzania “Nyeupe Na Nyeusi. Il bianco e il nero”.



CORPI CIVILI DI PACE A MBEYA, TANZANIA:
PROGETTO ''NYEUPE NA NYEUSI. IL BIANCO E IL NERO''
IMPERCETTIBILI SFUMATURE
di Azzurra Cori
La chiamano la città verde.
Appena messo piede a Mbeya mi è sembrato fosse un nome appropriato. Nonostante la stagione secca, era immediatamente visibile la differenza con il resto della Tanzania e con il resto di quello che i miei occhi erano stati abituati a vedere.
Ma ho dovuto aspettare 7 mesi per rendermi conto dell’esplosione di colori che la stagione delle piogge è in grado di scatenare qui, a quasi 1700 metri di altezza, in questa valle circondata dai monti. 

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Le tonalità di verde sono infinite. È sorprendente scoprirne di nuove ogni giorno. Siamo abituati, nel nostro immaginario, a pensare all’Africa come ad un luogo arido, secco. Risulta difficile credere che ci possano essere tante sfumature di colore e che le temperature possano scendere così in basso da obbligarci ad indossare maglioni di lana. Sì, proprio di lana! 

Sebbene sia la terza città della Tanzania per estensione, qui si concentra tutto lungo la strada asfaltata che dal villaggio di Uyole arriva fino a Mbalizi, il primo villaggio del distretto della città. È un susseguirsi di campi di mais, fagioli, caffè e persone. La vita si svolge in strada tra un venditore ambulante, un predicatore, tra bambini che rincorrono un copertone, mucche e capre. 
È in strada che si concludono affari, che ci si incontra per caso, che ci si scambia saluti con sconosciuti che possono durare diversi minuti. In fondo c’è sempre tempo per ascoltare le notizie sulla famiglia e la vita di un passante. 

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Questo è quello che osservo ogni giorno durante gli interminabili viaggi in daladala, i miniautobus locali che ti portano in giro per la città, adatti a trasportare una quindicina di persone ma che in qualche modo riescono a contenerne almeno il doppio con l’aggiunta di polli, enormi sacchi e secchi stracolmi. 

Sono tornata in Tanzania dopo 7 anni dalla prima volta convinta di aver visto già quasi tutto di questa terra. Ma avevo scordato cosa volesse dire camminare per le strade e sentirsi gli occhi costantemente puntati addosso per via del colore della mia pelle, io una delle poche Mzungu (bianca) per le strade di Mbeya.
Qui è praticamente impossibile passare inosservati e ogni nostra mossa viene notata e registrata; così è normale andare via per qualche giorno, tornare e sentirsi chiedere dalla signora che arrostisce pannocchie vicino casa o dall’autista di bajaji (ape-taxi) che fine tu abbia fatto. Così come è normale non dover neanche più chiamare la fermata dell’autobus perché oramai tutti i konda (controllori) della città sanno dove abitiamo.
Non ci sono segreti per una Mzungu tra le strade di questa città.

In questi 7 mesi non sono cambiati solo i paesaggi, arricchendosi di file di granturco e girasoli. Abbiamo anche raccolto i primi frutti del nostro progetto dei Corpi Civili di Pace, un progetto complesso non solo per la sua novità, ma anche per la tematica che affronta: l’albinismo in Tanzania. 

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Essere un albino in Africa. 
Mi sono chiesta molte volte cosa si potesse provare ad essere un un albino in Africa. Un nero ma bianco: un ossimoro che pesa come un macigno in una terra ancora piena di superstizioni e credenze popolari. 
Essere albini in Africa significa non potersi mai togliere di dosso gli occhi indiscreti di chi pensa che le persone affette da albinismo siano dei fantasmi che non muoiono mai ma svaniscono magicamente nel nulla; di chi pensa che l’albinismo sia una condizione contagiosa; di chi pensa di potersi arricchire bevendo pozioni fatte con parti dei loro corpi.
Essere albini in Africa significa doversi proteggere quotidianamente contro il caldo sole equatoriale che ti brucia e ustiona la pelle e ti costringe a indossare grandi cappelli e abiti lunghi.
Essere albini in Africa significa dover vivere in una situazione di esclusione sociale e discriminazione dovuta alla sola differenza del colore della pelle.
Una differenza che risiede nella sola percezione che ognuno ha di tutto ciò che è diverso da lui.

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Una cosa è certa in questi 7 mesi ho imparato ad apprezzare tutte le sfumature di colori che i paesaggi e le persone hanno saputo regalarmi perché come recita una vecchia canzone dei 99 posse “C’è il bianco, il nero e mille sfumature di colori in mezzo e lì in mezzo siamo noi”.

Se vuoi saperne di più sui Corpi Civili di Pace con CESC Project,
clicca qui per il bando 2019
e clicca qui per i progetti 2019,
fra i quali prosegue il
progetto in Tanzania “Nyeupe Na Nyeusi. Il bianco e il nero”.
BANDO 2019:  
AUMENTANO I PROGETTI PRESENTATI DA CESC PROJECT 
SIA PER L’ITALIA CHE PER L’ESTERO 
Il Dipartimento del Servizio Civile Nazionale presso la Presidenza del Consiglio  ha iniziato l'esame e la valutazione dei progetti di Servizio Civile Universale presentati dagli Enti entro lo scorso 18 gennaio. 
Il complesso lavoro terminerà entro luglio. Stabilita la graduatoria, essa verrà integrata con le analoghe graduatorie regionali risultanti dal lavoro parallelo compiuto nel frattempo anche dalle Regioni. 

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La sede del Dipartimento
del Servizio Civile


Completata anche questa operazione, con ogni probabilità verso fine estate, lo stesso Dipartimento della Presidenza pubblicherà il nuovo Bando 2019.
A quel punto, i giovani interessati al Servizio civile potranno scegliere il progetto per il quale candidarsi. 
Naturalmente, i tempi effettivi per la pubblicazione del bando dipendono dal Dipartimento. Le tempistica indicate sono solo ipotesi verosimili e è perciò importante consultare periodicamente il sito del Dipartimento e quelli degli enti convenzionati, tenuti a dare immediata notizia della pubblicazione del bando. 

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C
ESC
Project, che a chi ne fa richiesta via mail fornisce puntuale aggiornamento al momento dell’uscita del bando, offre molte opportunità per quanti vogliono vivere l’esperienza formativa e umana del Servizio civile, tanto in Italia che all’estero. 

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Fabrizio Ferraro
Resp. area Progetti
CESC Project


“Lo scorso anno - spiega Fabrizio Ferraro, responsabile dell’Area progetti dell’Associazione - per il Bando 2018, vennero approvati 47 progetti di CESC Project su 48 che ne avevamo presentati. 
I progetti andati a bando hanno messo a disposizione 420 posti per i giovani che intendevano impegnarsi nel Servizio civile: 314 in Italia e 106 all’estero. A fronte di queste disponibilità le domande pervenute furono quasi il doppio: 761 in tutto, di cui 559 per i progetti in Italia e 202 per l’estero”. 
“Per questo motivo quest’anno - commenta Michelangelo Chiurchiù, presidente di CESC Project - abbiamo compiuto uno sforzo per accrescere soprattutto il numero dei volontari da poter impiegare nei progetti. È la nostra scommessa. Lo stesso sforzo, la stessa scommessa che vorremmo veder compiere dalle istituzioni politiche, per arrivare a rendere il Servizio civile realmente universale, come è stato disegnato dal legislatore, investendo nei giovani in termini di esperienze formative e umane”. 

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Michelangelo Chiurchiù,
presidente di CESC Project 
coi volontari del Servizio Civile

“In concreto, per il Bando 2019 - prosegue Ferraro - abbiamo presentato 53 progetti di servizio civile universale - 38 per l’Italia e 15 per l’estero. Ma il lieve incremento dei progetti si dovrebbe tradurre, appunto, in un assai più significativo aumento di giovani che potranno accedere al Servizio civile. Se approvati tutti, avremmo 633 opportunità per giovani volontari: 440 per l’Italia e 193 per l’estero. Oltre 200 in più, dunque, rispetto all’anno passato, e ugualmente ripartiti fra le due destinazioni”. 

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Volontaria in Servizio civile in Portogallo 
Progetto Palomar di CESC Project 

All’accrescimento quantitativo corrispondono anche importanti novità qualitative. “Tra i 38 progetti in Italia - spiega ancora Fabrizio Ferraro - 12 prevedono misure aggiuntive sperimentali: 11 contemplano la possibilità per i volontari di ricevere un tutoraggio verso il mondo del lavoro; un progetto offre invece la possibilità di svolgere una parte di attività in Europa. Questo significa che 117 giovani,cioè più di un quarto dei volontari previsti, potrebbero essere investiti da queste ulteriori opportunità formative ed esperenziali nel prestare Servizio civile in un progetto di CESC Project”. Le regioni italiane toccate da progetti di CESC Project sono: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Liguria, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto. 
I Paesi dell’estero sono dieci: due in Europa (Francia e Portogallo); quattro in Sud America (Argentina, Brasile, Bolivia ed Ecuador) e quattro in Africa (Congo, Ghana, Ruanda e Tanzania). 

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