CORPI CIVILI DI PACE A IBARRA, IN ECUADOR
PROGETTO “CAMMINIAMO INSIEME”
STORIE DESPLAZADE
“Non si affittano case ai colombiani”
da un reportage di Gloria Volpe

Sono le dieci di sera e sto guidando il pickup scassato che la Fondazione ci ha dato per aiutare Lorena a traslocare. Conosco questa famiglia da quattro mesi dei nove che mi trovo qui in Ecuador, a Ibarra, e è la quarta volta che cambiano di alloggio. Anche questa volta, provvisorio. 

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Lorena e la sua famiglia sono rifugiati colombiani; nel loro paese, di “traslochi” ne hanno fatti più di quindici. Spostamenti furtivi, veloci, nascosti, angoscianti. Questa è la storia dei desplazados colombiani, sfollati nel conflitto armato da parte di guerriglieri, paramilitari e/o soldati. La Colombia ne ha visti muoversi nei suoi confini circa 7,3 milioni negli ultimi 50 anni. 

Come Lorena, circa 57.000 colombiani, secondo gli ultimi dati dell’UNCHR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) aggiornati a settembre 2016, hanno ottenuto lo status di rifugiato in Ecuador. Superata la frontiera, si raggiunge il porto sicuro dove approda chi è costretto a fuggire e cerca di ricostruire una nuova vita, segnata spesso da violenza e dolore. La tranquilla Ibarra, distando solo 3 ore dal confine colombiano, è una delle mete privilegiate. Arrivati in Ecuador, come quasi tutti i loro connazionali, Lorena e la sua famiglia hanno vissuto serie difficoltà a trovare un posto dove stare. “Non si affittano case ai colombiani”.


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“Da quanto tempo sei qui?” è una tra le domande che si fanno durante i primi incontri conoscitivi. “Centoventinove giorni”. Alla domanda, pensi di ricevere una risposta in mesi, anni, settimane. No, quasi tutti rispondono in giorni. “Sessantacinque giorni”, “Quarantatre giorni”, “duecentotrentasette giorni”. Immagino queste persone svegliarsi ogni mattina e aggiungere un'altro giorno al loro conteggio. 

Io e Giovanni siamo ad Ibarra come Corpi Civili di Pace per conto del CESC Project, in un nuovo programma della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento del servizio civile nazionale. Ufficialmente appoggiamo famiglie rifugiate e le assistiamo nella parte legale, educativa e sanitaria. Nella pratica, facciamo in modo che una persona che arrivi qui completamente traumatizzata e persa, possa sentirsi presa sotto braccio e non resti sola.
Camminiamo insieme. Che è l’azzeccato nome del nostro progetto. 

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Per leggere il reportage integrale di Gloria Volpe, clicca qui.

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progetto in Ecuador “Camminiamo insieme: percorsi di reinserimento sociale per i rifuguati colombiani vittime di violenza”

Pubblicato in Servizio Civile NEWS
CORPI CIVILI DI PACE A IBARRA, ECUADOR 
PROGETTO “CAMMINIAMO INSIEME”
 
DUECENTONOVANTAQUATTRO GIORNI  
DI SPICCHI DI VITA
 
di Gloria Volpe

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Sono le dieci di sera e sto guidando il pickup scassato che la Fondazione ci ha dato per aiutare Lorena a traslocare. Guardo lo specchietto gigante per fare retromarcia, ma la macchina è talmente carica che, sullo sfondo del vetro nero, spiccano solo gli occhi di Lorena e quelli dei suoi figli. I quattro bimbi, dei sei che ha, incastrati sui sedili come pezzi di un tetris, hanno gli occhi sgranati e sorridenti. Quelli di Lorena, sono persi fuori il finestrino e gonfi di lacrime.
Conosco questa famiglia da quattro mesi dei nove che mi trovo qui in Ecuador, ad Ibarra, ed è la quarta volta, da quando li ho conosciuti, che cambiano di alloggio. Anche questa volta, provvisorio. Lorena e la sua famiglia sono rifugiati colombiani; nel loro paese, di “traslochi” ne hanno fatti più di quindici. Spostamenti furtivi, veloci, nascosti, angoscianti.

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Questa è la storia dei desplazados colombiani, sfollati nel conflitto armato da parte di guerriglieri, paramilitari e/o soldati. La Colombia ne ha visti muoversi nei suoi confini circa 7,3 milioni negli ultimi 50 anni. Come Lorena, circa 57.000 colombiani, secondo gli ultimi dati dell’UNCHR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) aggiornati a settembre 2016, hanno ottenuto lo status di rifugiato in Ecuador.
Superata la frontiera, si raggiunge il porto sicuro dove approda chi è costretto a fuggire e cerca di ricostruire una nuova vita, segnata spesso da violenza e dolore.
La tranquilla Ibarra, distando solo 3 ore dal confine colombiano, è una delle mete privilegiate. Arrivati in Ecuador, come quasi tutti i loro connazionali, Lorena e la sua famiglia hanno vissuto serie difficoltà a trovare un posto dove stare. “Non si affittano case ai colombiani” ci hanno raccontato molte famiglie. Figuriamoci poi quando sei alla ricerca di un alloggio senza soldi e con sei figli.

Questa volta Lorena deve lasciare l’autolavaggio dove viveva da sola, perché suo marito dopo averla picchiata e aver venduto il carretto che usava per vendere succhi di frutta, l’ha abbandonata. Le storie di vita che ascoltiamo qui a volte sono tanto assurde, che della realtà a cui siamo abituati non hanno neanche l’ombra. La tragedia si somma alla vulnerabilità. Questa é stata una delle tante giornate lavorative che durano più di 10 ore, ma mai come quest’anno sono arrivata alla sera tanto stanca quanto soddisfatta di aver fatto del bene. 

Credo sia parte del nostro servizio anche l’essere un appoggio certo su cui poter contare. Esserci sempre, anche in quegli spicchi di vita quotidiana al di fuori del “protocollo” nei quali gli ufficiali dell’UNHCR, purtroppo, non entreranno mai.

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Io e Giovanni siamo ad Ibarra come Corpi Civili di Pace per conto del CESC Project, in un nuovo programma della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della Gioventù e del servizio civile nazionale (DGSCN). Arrivati qui, come molti dei nostri compagni sparsi per il mondo, “cavie” di questo esperimento governativo, avevamo inizialmente difficoltà a definirci. Ufficialmente appoggiamo famiglie rifugiate e le assistiamo nella parte legale, educativa e sanitaria. Nella pratica, facciamo in modo che una persona che arrivi qui completamente traumatizzata e persa, possa sentirsi presa sotto braccio e non da sola. Camminiamo insieme: così si chiama il nostro progetto. Ciò significa anche ritrovarsi ad aiutare durante un trasloco, accompagnare a fare la spesa, sporcarsi le mani in una minga di pulizie, aiutare a fare le lavatrici, insegnare come si preparano le orecchiette, organizzare gite e attività di diversione per i bambini, fare in modo che i compiti siano una regola e la loro salute a posto; essere ponte e scudo per la discriminazione e la violenza che subiscono dentro e fuori la scuola, convincendo a denunciare, parlando con docenti e presidi e tornando a sedersi tra i banchi minuscoli di un’aula di scuola. 

Mentre scarichiamo i primi scatoloni dalla macchina, Maikol mi dice che con il suo maestro va un po’ meglio, ma i compagni continuano a picchiarlo e gli dicono “ladrón” quando non si trovano le cose in classe. La discriminazione è fortissima e, la maggior parte delle volte, continua a fare il lavoro delle armi che queste persone pensano di aver lasciato alle loro spalle. Ferisce nel profondo. Umilia. Ti fa sentire impotente e piccolo. Questo è il muro più difficile con cui ci imbattiamo ogni giorno. “Voi siete stranieri vero?” ci dice un professore all’ultima riunione. Per lui, due italiani e una colombiana (la mia squadra di lavoro) non avrebbero mai potuto capire come funzionava il loro sistema educativo, che per il diritto internazionale dovrebbe comunque essere universale e non discriminatorio. Quel giorno, durante la riunione, ho perso il conto di quante volte sia uscita dalla bocca degli adulti la parola “conflitto”.

Siamo soliti pensare al conflitto come lo scontro armato di due parti che lottano per interessi differenti. Ma é molto, molto più profondo dello scontro armato. Si trascina nella vita delle persone, nelle loro relazioni sociali, nella difficoltà di abbandonare la paura e la sfiducia del prossimo, nelle scelte obbligatorie ed a volte dolorose che si è costretti a prendere, nella separazione da ciò che più amiamo: la nostra famiglia, la nostra casa, la nostra terra, i nostri amici, il nostro cibo, i luoghi in cui siamo cresciuti. Il post conflitto sembra essere un terreno minato, completamente secco e senza vita; dove, in punta di piedi, quella vita bisogna cercare di ripiantarla. Seminare, ricostruire e ricucire. La parte del post é tanto delicata quanto quella dello scontro.


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In realtà, anche se la comunità internazionale ha celebrato la sua fine con la firma degli Accordi di Pace tra il Governo colombiano e le FARC-EP il 24 novembre 2016, il conflitto in Colombia non è affatto terminato. Le persone che arrivano qui, la guerra, che é a due passi da noi, ce l’hanno fresca negli occhi.

Una volta una persona mi disse che date ed orari rimangono impressi, quando sono collegati ad eventi forti che ci segnano. E’ vero. I racconti di chi ha vissuto uno stupro, una minaccia, una fuga, un assassinio di una persona cara, sono sempre riccamente dettagliati in ora, colori, odori, vestiti indossati, e a questo si somma il calcolo preciso dei giorni trascorsi da quando si è lasciato il paese. “Da quanto tempo sei qui?” è una tra le domande che si fanno durante i primi incontri conoscitivi. “Centoventinove giorni”. Alla domanda, pensi di ricevere una risposta in mesi, anni, settimane. No, quasi tutti rispondono in giorni. “Sessantacinque giorni”, “Quarantatre giorni”, “duecentotrentasette giorni”. Immagino queste persone svegliarsi la mattina ed aggiungere un'altra unità al loro conteggio. 

Gli adulti contano i giorni, così come i bambini contano le cose. Scarichiamo dalla macchina una busta di panni. “Tu quanti pantaloni hai?” mi chiede Nicole. La verità, non lo so. Sicuramente sufficientemente tanti, se non mi sono mai dovuta porre questa domanda. Mi ha ricordato tanto suo fratello Miguel, 9 anni, che mi urla contento di avere “ben 9 matite colorate” . Dall’Italia, grazie al generoso contributo di tante persone, abbiamo raccolto giocattoli, materiale scolastico e vestiti. Anche per loro. A scuola una maestra ha umiliato Lorena perché non capiva come i bambini potessero permettersi di comprare vestiti di marca e non una divisa. Le sei divise scolastiche, obbligatorie nelle scuole ecuadoriane, valgono l’equivalente di un salario base e l’insegnante non lo sapeva, che tutti i bei vestiti che i bambini indossavano quel giorno, gli erano stati donati.

Siamo arrivati in un periodo in cui il fenomeno migratorio in questa regione attraversa un momento storico: non solo la firma degli Accordi di Pace in Colombia, ma anche quella della nuova Legge migratoria approvata dall’Assemblea Nazionale ecuadoriana il 5 gennaio 2017. Entrambi rimandano all’eliminazione dello status di rifugiato nel territorio ecuadoriano e alla graduale riduzione degli aiuti internazionali presenti nel territorio. Gli aiuti si riducono, ma le persone che chiedono aiuto aumentano. Da gennaio a settembre del 2017, ovvero nel periodo immediatamente successivo all’entrata in vigore degli Accordi, il numero di richiedenti asilo colombiani è aumentato del 30% rispetto allo stesso periodo del 2016. Dal nostro arrivo a giugno 2017, circa sette mesi dopo la firma degli Accordi, il flusso di migranti dalla Colombia (e poi anche massivamente dal Venezuela) non si è mai fermato. Probabilmente, anche se mancano delle stime ufficiali di dominio pubblico da parte delle organizzazioni di competenza, si è triplicato. Soprattutto nel sud del Colombia, l’abbandono dei battaglioni FARC-EP ha paradossalmente favorito e fomentato la disputa tra nuovi gruppi armati illegali che seminano violenza per il controllo dei traffici criminali nei territori di antico controllo guerrigliero. Ciò si è tradotto in un flusso senza pausa attraverso la frontiera andina ed amazzonica, le cui file durano anche sette ore. Così abbiamo deciso di investigare su ciò che vedevamo quotidianamente, raccogliendo testimonianze, dati, interviste, storie che confermano che in questo momento c’è bisogno di aiuto, e che questo aiuto non deve finire.

Osservare, riconoscere, rilevare, analizzare, e condividere situazioni di conflitto, ma soprattutto ascoltare. Questo ci era stato detto in formazione e così abbiamo fatto. Abbiamo ascoltato tantissime storie cercando di buttare giù il magone mentre, guardando in fondo tantissimi occhi di uomini e donne, questi si riempivano di lacrime. Le storie di quasi tutte le parti in campo: il parere delle istituzioni, il vissuto di tantissimi migranti e rifugiati colombiani, le testimonianze di ex guerriglieri, gli sfollati interni del conflitto colombiano. Persone che non si conoscono, eppure si nominano, a volte si odiano e le cui vite si incrociano. Lorena mi dice che questa cosa della “pace” è tutta una buffonata. Alcune ex guerrigliere farchiane mi raccontano che erano entrate ad arruolarsi perché tutta la loro famiglia era stata sterminata dai paramilitari. Nel racconto di una ex guerrigliera M-19 lo Stato aveva fatto sparire e assassinare suo marito. Alcuni desplazados dai guerriglieri, che non credono nel “perdono”; e che, soprattutto, nessuno è mai andato da loro a chiedere scusa. Una storia tanto complessa che anche riuscire a dare una definizione univoca di vittima risulta difficile. Ce ne sono troppe.

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In questo campo minato di distruzione, ricucire il tessuto sociale diventa la scommessa più grande su cui puntare; mettere al centro le persone, che non sono solamente cifre, ma storie. Avvicinare fratelli dello stesso paese divisi tra loro, ma vittime dello stesso Stato, popolazioni e culture differenti costrette a convivere. Favorire percorsi di accompagnamento che possano attivare l’integrazione e stimolare la riconciliazione nei cuori pieni di rabbia e risentimento di tutti quegli esseri umani che vivono senza un posto nel mondo. Solo con il perdono può crearsi la pace, che deve però andare sotto braccio con la giustizia sociale.

Spero che il mio Paese, soprattutto all’inizio di un nuovo governo, continuerà ciò che ha iniziato investendo in programmi come questo. Perché, specialmente in questo tempo nel quale tanti migranti senza un posto nel mondo arrivano a bussare alla nostra di porta, sono poche le volte nel quale mi sento fiera di rappresentarlo. 

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Pubblicato in Storie Sud America
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PROGETTO “CAMMINIAMO INSIEME”
UNO SGUARDO OLTRE IL KITSCH
di Giovanni Candeloro

Quando si parla di Nonviolenza, spesso si rischia che il concetto venga interpretato con un’accezione semplicistica e fuorviante. Molti attribuiscono all’idea della Nonviolenza quella sfumatura buonista, perbenista, a tratti ipocrita e fatta di apparenze, tipica del kitsch su cui si omologa sempre di piú questa societá globalizzata. Mi piace la definizione che Milan Kundera da del kitsch: un ideale estetico che elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile. Per questo nell'arte il kitsch si riduce ad un'imitazione sentimentale superficiale, patetica, priva di originalità e creatività.

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Bé, la Nonviolenza autentica poggia esattamente su basi opposte. La Nonviolenza non é la comunicazione politically-correct, non é l’educazione verbale, tantomeno l’altezzosa condanna a priori di comportamenti aggressivi, inaccettabili. La Nonviolenza é ricerca. É un processo che inizia dalla curiositá, supera le proprie zone di comfort, aggira i pregiudizi, azzarda l’empatia e continua a chiedersi perché.

E di solito, é sempre lo stesso. Di solito, il perché di ogni situazione conflittuale é il mancato riconoscimento di chi si ha di fronte, il rifiuto di vederlo, osservarlo e capirlo, l'attribuirgli l’etichetta di inaccettabile per estrometterlo dal campo visivo.

Da quando sono Corpo Civile di Pace in Ecuador, ho perso le staffe varie volte. La volta piú futile e meno importante é avvenuta con queste stesse dinamiche, in un’edicola di una grande città. Da biondo con gli occhi azzurri, in Sudamerica non sfuggo all’appellativo di gringo (statunitense). Per strada, la gente mi si rivolge in Inglese e non di rado, continua a rivolgersi in Inglese anche dopo avergli risposto in Spagnolo di essere italiano. Non sono un grande appassionato della cultura anglosassone, e ammetto di provare un prurito fastidioso ogni volta che sguardi semplicistici e poco curiosi mi appiccicano addosso l’etichetta in cui non mi riconosco assolutamente. Quell’edicolante, eccitato dal mio biondore, non ha ascoltato per tre volte la mia solita formula: - prefiero que me hables en Español, por favor -. Dopo la quarta, mi sono lasciato andare ad una veemente filippica contro l’imperialismo culturale statunitense e contro chi non riesce a guardare oltre le apparenze.

Questo minuscolo episodio di vita quotidiana, sintetizza l’ambiente in cui agisce il mio servizio di Corpo Civile di Pace. Collaborando con varie organizzazioni, Gloria ed io siamo quotidianamente immersi nel microcosmo dei rifugiati colombiani ad Ibarra (Nord dell'Ecuador), un microcosmo permeato all'inverosimile e su vari livelli da pigrizie intellettive, etichette, pregiudizi, cecità, non riconoscimenti e quindi, conflitti.

A livello sociale, nel cuore della timida e riservata cultura andina ecuatoriana, la vitalità e l'espansività tipica colombiana quasi mai viene interpretata come tale, e “colombiano” diventa subito sinonimo di sgarbato, casinista, violento, criminale, pericoloso, narcotrafficante, indecente, inaccettabile.

La nonviolenza è innanzitutto guardare dove il kitsch non vuole guardare. Convinti di ciò, abbiamo voluto concentrare la nostra attenzione su queste storie inaccettabili, per scalfire un minimo il muro del kitsch che impedisce a troppe persone, istituzioni e organizzazioni, di riconoscere la realtà umana che vive ogni migrante. Tra le varie attività quotidiane, abbiamo raccolto più testimonianze possibili, video, interviste, questionari.

I 350 questionari raccolti nei primi sei mesi di servizio, forse non sono un campione rappresentativo del fenomeno migratorio in sé, ma restano pur sempre 350 punti di vista a cui vogliamo dare rilevanza. I primi dati estrapolati, da subito, gridano rivendicazione di fronte alle apparenze dominanti.

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All’apparenza, da circa un anno, in Colombia non c’é piú la guerra (gli Accordi di pace tra il governo e le FARC risalgono al novembre 2016). Ne consegue, secondo un'interpretazione semplicistica ma comunque dominante a livello politico-istituzionale, che i colombiani che arrivano in Ecuador non si possono piú definire rifugiati, nè trattarli come tali.

Dei colombiani intervistati, la metà è emigrata dopo la firma degli Accordi. La stragrande maggioranza di chi è emigrato dalla Colombia “pacificata”, è stata costretta a “lasciare casa in maniera improvvisata”, senza programmare la partenza, fuggendo; dichiara che non si sentiva sicuro in Colombia e che i propri diritti non venivano rispettati. Tre quarti di loro dichiarano che lasciare il Paese è stata una decisione forzata, mentre un terzo di essere stato personalmente perseguitato. Non sono esattamente proporzioni che descrivono un contesto pacifico e sicuro, per cui si debbano negare i diritti di rifugio a chi fugge.

All’apparenza, l’Ecuador ha un ottimo sistema di accoglienza per i rifugiati. Più volte plaudito a livello internazionale come uno dei paesi più accoglienti. Eppure un colombiano su tre degli intervistati crede che l'ecuatoriano comune sia poco accogliente, sfiducioso o troppo chiuso in se stesso; sempre uno su tre, non si sente in una situazione di sicurezza, non si sente protetto nemmeno in Ecuador. Solo il 20% dei colombiani intervistati ha lo stato di rifugio riconosciuto e la percentuale scende al 6% se consideriamo solo quelli emigrati nel periodo post-accordi di pace.

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Ma questi dati, anche se svelano realtà insondate e per lo più ignorate, restano numeri e dati che in quanto tali rappresentano il linguaggio preferito dal kitsch, un linguaggio che permette la formalità distaccata di chi non vuole sorpassare il nozionismo scientifico e il politically-correct.

Un padre colombiano, appena fuggito con tutta la famiglia per proteggere il figlio da un minacciato rapimento, ci ha confessato che la cosa peggiore della loro condizione non è stata tanto il dover abituarsi al nuovo ambiente, affrontare le impellenze pratiche relative alla loro condizione, nemmeno l'aver dovuto abbandonare la rete sociale di appartenenza, quanto bensì la profonda umiliazione subita e incisa per sempre nelle loro personalità. “Di fronte a queste persone che hanno capitale, soldi, armi, persone, uno realmente si sente come un coniglio, e non fa mai bene.”

Queste confessioni hanno la capacità di giungere dove qualsiasi dato statistico non può arrivare, nella dimensione che più di altre ci rende capaci di restare umani, di provare empatia e di rimodellare con essa la nostra percezione della realtà: la dimensione sentimentale.

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Anche se nella loro forma di numeri e percentuali, abbiamo comunque voluto inserire questa dimensione nella nostra ricerca. Abbiamo chiesto a questi inaccettabili di dirci quali sentimenti provano quando pensano alla propria condizione di migranti. La speranza domina su tutti gli altri sentimenti, ottenendo il cuore del 63% degli intervistati. E sperando che non sia stato per una questione di kitsch, è rassicurante constatare che nessuno dei 350 violenti e inaccettabili intervistati si sia dichiarato vicino a un desiderio di vendetta, rancore o collera.

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Pubblicato in Storie Sud America
CORPI CIVILI DI PACE A IBARRA, IN ECUADOR
PROGETTO “CAMMINIAMO INSIEME”
350 QUESTIONARI, TRA PERCENTUALI E SENTIMENTI
Viaggio tra gli “inaccettabili” nel Paese più accogliente del mondo
da un reportage di Giovanni Candeloro


Nella nostra attività nei Corpi Civili di Pace a Ibarra, nel Nord dell'Ecuador, ci siamo trovati immersi nel microcosmo dei rifugiati colombiani, permeato di pregiudizi, cecità e conflitti.
A livello sociale, nel cuore della timida e riservata cultura andina ecuatoriana, “colombiano” è sinonimo di casinista, violento, criminale, pericoloso, narcotrafficante. In una parola, “inaccettabile”.
Abbiamo allora raccolto le testimonianze di questi “inaccettabili” attraverso 350 questionari, ricavandone 350 video-interviste.

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In apparenza, dopo gli Accordi di pace tra il governo e le FARC del 2016, in Colombia non c’é più guerra. I colombiani che arrivano in Ecuador non sono “rifugiati”, non potrebbero esser trattati come tali.
Ma fra gli intervistati, la metà è emigrata dalla Colombia “pacificata”, è stata costretta a “lasciare casa in maniera improvvisata” - cioè fuggendo - perché non si sentiva sicuro a casa, i suoi diritti erano violati. Per tre quarti di loro lasciare il Paese è stata una decisione forzata. Un terzo di essi è stato personalmente perseguitato. 
Non sono esattamente proporzioni che descrivono un contesto pacifico e sicuro, per cui si possano negare i diritti di rifugiati.

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L’Ecuador è definito a livello internazionale come uno dei Paesi più accoglienti. Ma solo il 20% dei colombiani intervistati ha lo stato di rifugiato e la percentuale scende al 6% fra gli emigrati dopo gli Accordi di pace. Inoltre, un intervistato su tre definisce l'ecuadoriano comune poco accogliente, diffidente, troppo chiuso in se stesso; e un rifugiato su tre non si sente al sicuro nemmeno in Ecuador.
I video-racconti hanno la capacità di giungere dove qualsiasi dato statistico non può arrivare, nella dimensione che più di altre ci rende capaci di restare umani, di provare empatia e di rimodellare con essa la nostra percezione della realtà: la dimensione sentimentale.
Anche se nella loro forma di numeri e percentuali, abbiamo comunque voluto inserire questa dimensione nella nostra ricerca e abbiamo chiesto agli “inaccettabili” di dirci quali sentimenti provano pensando alla propria condizione. Ebbene: non trapelano né rancore né collera. Nessuno dei 350 “violenti” e “inaccettabili” intervistati si è dichiarato desideroso di vendetta. La speranza domina su tutti i sentimenti, è nel cuore del 63% degli intervistati.

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Per leggere il reportage di Giovanni Candeloro, clicca qui.

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CORPI CIVILI DI PACE, BANDO 2019: 
TUTTO SUI 4 PROGETTI DI CESC PROJECT PER 14 VOLONTARI 
IN ARGENTINA, ECUADOR, TANZANIA E ITALIA.
Sono quattro i progetti per i quali CESC Project raccoglie le domande dei candidati volontari dei Corpi Civili di Pace: due in Sud America, uno in Africa è uno in Italia.
Ognuno di essi prevede l'impegno di quattro volontari, per un totale di sedici giovani di età compresa fra i 18 e i 28 anni che possono fare domanda a CESC Project entro l’8 aprile prossimo. 

I quattro progetti di CESC Project sono

  • In ArgentinaEntrar afuera: Diritti umani e salute mentale in Argentina; 
  • In EcuadorCamminiamo insieme: percorsi di reinserimento sociale per i rifugiati colombiani vittime di violenza; 
  • In TanzaniaNyeupe na nyeusi - il bianco e il nero: contrasto a discriminazione e violenza nei confronti delle persone con albinismo favorendone l’inclusione scolastica e sociale e sensibilizzando la comunità e le istituzioni locali; 
  • In Italia: interventi di prevenzione e gestione dei conflitti legati alle problematiche ambientali nelle aree vulnerabili dei territori dell’Appenino Centrale (Provincia di Frosinone), attraverso il supporto alle comunità per favorire uno sviluppo sostenibile e conciliare occupazione e rispetto delle risorse naturali

Per  maggiori informazioni sui progetti di CESC Project per i Corpi Civili di Pace, clicca qui,
oppure telefonaci: 06 71280300

o inviaci una mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Se vuoi presentare domanda per i Corpi Civili di Pace a CESC Project, clicca qui.



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