Mercoledì, 16 Aprile 2014 00:00

Articolo sul progetto Quartiere Mio Ti Voglio Bene In evidenza

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tbm

26 giugno 2012
Quale sostegno scolastico per i ragazzi –italiani e stranieri- che vivono l’abbandono delle estreme periferie romane.

Il bilancio di una triplice esperienza, all’interno del progetto “ Quartiere mio ti voglio bene”.



Passeggiando per il mio quartiere vedo parchi che dovrebbero essere usati per far giocare i bambini, invece sono pieni di rifiuti, di bisogni di animali e di giostre distrutte sulle quali i bambini non possono più giocare. Spesso nei nostri parchi si vedono macchine, motorini bruciati e smontati e troppo spesso anche siringhe di tossicodipendenti. Vedo gente che esce la mattina per andare a lavorare per mantenere la propria famiglia ma vedo anche gente che, stando seduta su un muretto, guadagna di più di una persona che esce al mattino presto e suda fino alla sera...

Questo è l’estratto di un tema scritto da S., uno dei ragazzi pluriripetenti che seguiamo nella scuola “Ilaria Alpi” di Tor Bella Monaca, nell’ambito del progetto “Diamogli un'altra chance”,realizzato dalla scuola stessa e destinato ai ragazzi che sono stati bocciati più volte e non riescono a proseguire il loro corso di studi. Simone ha una volontà di ferro e nonostante abbia perso la vista da un occhio per colpa di un maledetto petardo di qualche Capodanno fa, non ha perso, come Ilaria, giornalista combattente uccisa in Somalia mentre indagava su traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, la curiosità e la voglia di scoprire, di chiedere, di interessarsi alle cose, anche quelle apparentemente più stupide e banali. A M. invece un giorno una delle professoresse che abbiamo affiancato nel nostro lavoro a scuola ha chiesto: “Perché distruggi quello che madre natura ti ha dato?” E lui ha risposto: “Perché altrimenti lo farebbe qualcun altro”.

E’ difficile reperire un senso logico, poter attribuire linearità ad un percorso di sostegno scolastico come quello che abbiamo affrontato con questi ragazzi durante l’anno scolastico appena terminato; ma con il passare del tempo abbiamo capito di come fosse importante creare innanzitutto una relazione umana, una relazione in cui ci è apparso chiaro fin da subito come fosse inevitabile abbassare sia le aspettative “didattiche” sia la distinzione gerarchica dei ruoli.

Perché se è vero che nessuno educa nessuno e ci si educa in comunione, come sosteneva il grande educatore e filosofo brasiliano Paulo Freire, allora è necessario concentrarsi sull’universo intimo, affettivo e personale del prendersi cura, del preoccuparsi, dell’aprirsi alla vita dell’altro mettendosi il più possibile sullo stesso piano. Soltanto strumenti simili possono essere generatori di fiducia, di senso di responsabilità e di buone relazioni, soltanto in questo modo la creatività emerge e strabilia, foriera di risate ed arricchimento umano reciproco. E così è stato.

Chi ha detto che la capitale della Francia è Parigi e non possa essere Padova? Chi ha detto che “over” è una parola inglese e non sia un modo di dire napoletano (provate a pronunciarlo staccato e con la “e” aperta)? Chi ha detto che “Boia” era solo il nome di chi mozzava le teste durante la rivoluzione francese e non quello di un giocatore della Roma di oggi?

Ma il progetto “Quartiere mio ti voglio bene” presentato dal Cesc Project, cofinanziato dalla Lyreco S.p.a. e a cui ha collaborato Comunità Solidali nel Mondo, azienda leader nella distribuzione di prodotti per l’ufficio e impegnata da anni nella solidarietà sociale, ha gettato un seme anche a Torre Maura, dando vita all’idea di una scuola popolare libera e gratuita – che è diventata un esempio di buone pratiche interculturali e ha visto coinvolti 23 tra bambini e ragazzi di cui buona parte di origine straniera (Ecuador, Egitto, Cuba, Polonia, Romania, Bangladesh, Marocco) - e al campo rom di via di Salone: più di 900 abitanti appartenenti a varie etnie (serbi, bosniaci, montenegrini e rumeni) all’interno di uno spazio pensato “soltanto” per circa 600 persone, in cui il sovraffollamento è stata la triste conseguenza di sgomberi effettuati in altri campi rom della capitale.

E’ stato un mondo magico, a tratti insensato e assurdo dove non c’è stato spazio per la convenzionalità e le regole quello che abbiamo vissuto in questi mesi, nel fruttuoso tentativo messo in atto di portare avanti doposcuola destrutturati e minati da imprevisti d’ogni sorta: imprevisti che spesso sono stati spesso reinterpretati in chiave positiva e vissuti con coraggioso sarcasmo, permissiva allegria e tanta pazienza, unica maniera per mantenere una corda sì in costante tensione, ma senza che nessuno alle estremità arrivasse a perderne la presa.

Nonostante la mia esperienza passata di lavoro nel sociale e più specificatamente con i bambini e i ragazzi rom all’interno di campi comunali autorizzati, è stata una sfida importante quella che personalmente mi sono trovato ad affrontare e che mi ha aiutato e spronato a rimettere in discussione l’approccio e la metodologia educativa, che non poteva esimersi dal modellarsi non solo a seconda della situazione ma anche della singola persona con cui interagivo, con i suoi bisogni, le richieste, i desideri e i sogni … personali e per questo unici.

E cosa resta di questo progetto appena concluso? Resta, come nel momento in cui ha visto la luce , l’idea e il desiderio condiviso di continuare a vivere, “stare” e interagire nelle periferie, nel nostro sud del mondo “dietro l’angolo” , molto più vicino, meno evidente e più nascosto di quello africano e sudamericano ma “vero” allo stesso modo. Perché se noi viventi, come affermava Italo Calvino, abitiamo un mondo infernale, per non accettare passivamente questo inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più bisogna cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno non è inferno e farlo durare, dargli spazio. E noi, ex volontari di servizio civile all’estero che hanno dato vita ad un’associazione di cooperazione e diplomazia popolare, vogliamo continuare a farlo perché c’è ancora tanto da raccogliere di quello che abbiamo seminato, consapevoli che tale processo esige attenzione e apprendimento continui e convinti che soltanto attraverso la reciprocità sia possibile uno scambio di saperi e di apporti tra culture (e sub-culture) diverse.

Stefano Arcagni

Letto 2020 volte Ultima modifica il Martedì, 13 Maggio 2014 12:44
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