CORPI CIVILI DI PACE:
RICETTA PER UN BUON OPERATORE CCP:
RIPIENO, AL FORNO, SALTATO IN PADELLA
Ingredienti, preparazione, farcitura
da un articolo di Francesca Zinno

Ci sono vari tipi di Operatori dei Corpi Civili di Pace.

  • Ripieni: di cultura, di lingue, di ragionamenti.
  • Al forno: più leggeri ma molto equilibrati e istruiti. 
  • Saltati in padella: sempre allegri, mai fermi, pronti a tutto. 
Ce ne sarebbero molti altri, ma per oggi accontentatevi della ricetta base.

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Ingredienti 
  • Rispetto 
  • Disponibilità e pazienza 
  • Elasticità 
  • Pro attività e fantasia 
  • Curiosità 
  • Professionalità 
  • Forza di volontà


Preparazione
Abbondate in rispetto: è l’ingrediente fondamentale. L’Operatore dei CCP non riesce bene se non ha rispetto per se stesso, per gli altri e per la cultura che andrà a conoscere. Abbondando in rispetto, saprà reagire quando manca.

Disporre il rispetto a creare un cratere e aggiungere, una volta sciolte a fuoco lento, disponibilità e pazienza. Amalgamare bene. I progetti a cui si affaccia l’Operatore dei CCP sono nuovi e questi ingredienti saranno utilissimi nel momento in cui gli verrà chiesto di fare cose che a lui non competono e che non sono minimamente collegate con lo scopo del progetto. Ogni nuova esperienza è l’agente lievitante, utile per la sua crescita.

Per rendere l’impasto morbido e maneggevole, aggiungere una fiala di elasticità: lo renderà flessibile a ogni orario e a ogni richiesta e aumenterà l suo spirito di adattamento.

Senza setacciare, aggiungere a cascata tanta fantasia e pro attività in modo che in qualsiasi momento l’Operatore sappia cavarsela e abbia sempre un asso nella manica da poter sfruttare. Le nuove idee sono sempre utili e se talvolta si pensa troppo in grande, nulla da temere: sono idee buone per il futuro. Niente va perduto.

Un pizzico di curiosità serve per permettergli di scoprire culture sempre diverse, le loro affascinanti sfaccettature, magari per cercare le origini delle più strampalate tradizioni e immergersi completamente nella nuova realtà.

Infine, montare a neve e aggiungere tanta professionalità in modo tale che anche quando si troverà davanti ad uno stregone che vuole fargli provare le sue pozioni e le sue creme egli saprà come reagire ponendo domande e annuendo, sfoderando il suo ingrediente principale (il rispetto) e moderando le capacità professionali rispetto a ogni occasione.

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Cotto l’impasto, cospargere con generose manciate di  forza di volontà per far si che, nonostante tutte le difficoltà e i dubbi che gli si porranno davanti, non si fermerà, ma imperterrito raggiungerà lentamente i suoi risultati, anche se piccoli.

Consigli
L’Operatore dei CCP si farcisce a piacere con nuove amicizie, esperienze di vita nuove e prospettive sempre diverse viste da ogni parte del mondo. 

Si può conservare fino a 12 mesi ma ogni tanto ha bisogno di svagarsi. Quindi ricordategli di usufruire dei 20 giorni di permesso a sua disposizione per girare il mondo senza perdere nessun ingrediente per strada.

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Per leggere per leggere la ricetta integrale di Francesca Zinno, clicca qui.


Francesca Zinno è stata volontaria dei Corpi Civili di Pace con il progetto di C
ESC Project in Tanzania “Nyeupe Na Nyeusi. Il bianco e il nero”, per la difesa dei diritti degli albini e per l’integrazione scolastica dei disabili.

Se vuoi saperne di più sui Corpi Civili di Pace con CESC Project, 
clicca qui per il bando 2019
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CORPI CIVILI DI PACE
RICETTA 
PER FARE BUONI OPERATORI CICIPÌ
di Francesca Zinno

Ci sono vari tipi di Operatori dei Cicipì:
  • Ripieni: di cultura, di lingue, di ragionamenti. 
  • Al forno: più leggeri ma molto equilibrati ed istruiti. 
  • Saltati in padella: sempre allegri, mai fermi e pronti a tutto. 
Ce ne sono altri, ma per oggi ci accontenteremo della ricetta base, analizzando gli ingredienti principali.

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Ingredienti:
  • Rispetto
  • Disponibilità e pazienza
  • Elasticità
  • Pro attività e fantasia
  • Curiosità
  • Professionalità
  • Forza di volontà
 
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Preparazione 
Il primo ingrediente deve essere presente in abbondanza, a mio parere è fondamentale e necessario, l’Operatore Cicipì non può venire bene se non ha rispetto innanzitutto per se stesso, poi per gli altri e per la cultura che andrà a conoscere. Il rispetto deve essere presente in ogni sua azione e verso ogni cosa, anche per la minima goccia d’acqua, avendone rispetto saprà come reagire nel momento in cui gli mancherà per due mesi ed imparerà a rispettare ancora meglio tutti e tutto ciò che lo circonda.

Disporre il rispetto a creare un cratere e aggiungere, una volta sciolte a fuoco lento, disponibilità e pazienza e amalgamare bene. I progetti a cui si affaccia l’Operatore Cicipì sono nuovi e questi ingredienti saranno utilissimi nel momento in cui gli verrà chiesto di fare cose che a lui non competono direttamente e che non sono minimamente collegate con lo scopo del progetto. l’Operatore Cicipì imparerà ad apprezzare tutto e che ogni nuova esperienza, qualunque essa sia, va presa come agente lievitante ed utile per la sua crescita.

Per rendere l’impasto più morbido e maneggevole va aggiunta una fiala di elasticità, questo ingrediente lo renderà flessibile ad ogni orario, richiesta e aiuterà ad aumentare il suo spirito di adattamento.

Senza setacciare aggiungere, a cascata, tanta fantasia e pro attività in modo tale che in qualsiasi momento l’Operatore Cicipì sappia cavarsela ed abbia sempre un asso nella manica da poter sfruttare. Le nuove idee sono sempre utili e se talvolta si pensa troppo in grande, nulla da temere, potranno sempre essere disponibili per il futuro, niente va perduto.

Un pizzico di curiosità serve per permettergli di scoprire culture sempre diverse e le sue affascinanti sfaccettature magari per cercare le origini delle più strampalate tradizioni e quindi immergersi completamente nella nuova realtà che vivrà.

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In ultimo montare a neve e aggiungere tanta professionalità in modo tale che anche quando si troverà davanti ad uno stregone che vuole fargli provare le sue pozioni e le sue creme egli saprà come reagire ponendo domande ed annuendo, sfoderando il suo ingrediente principale (il rispetto) e moderando le capacità professionali rispetto ad ogni occasione.

Una volta cotto l’impasto cospargere con abbondante forza di volontà per far si che, nonostante tutte le difficoltà e i dubbi che gli si porranno davanti, non si fermerà ed imperterrito raggiungerà lentamente i suoi risultati, anche se piccoli. In questo modo avrà la capacità di capire che non tutto è stato vano e che il suo impegno è valso a qualcosa.

Consigli
L’Operatore Cicipì si saprà farcire a piacere con nuove amicizie, esperienze di vita nuove e prospettive sempre diverse  viste da ogni parte del mondo. Si può conservare fino a 12 mesi ma ogni tanto ha bisogno di svagarsi quindi ricordategli di usufruire dei 20 giorni di permesso a sua disposizione per girare il mondo senza perdere nessun ingrediente per strada.

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Francesca Zinno è stata volontaria dei Corpi Civili di Pace con il progetto di CESC Project in Tanzania “Nyeupe Na Nyeusi. Il bianco e il nero”, per la difesa dei diritti degli albini e per l’integrazione scolastica dei disabili.

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CORPI CIVILI DI PACE A IBARRA, IN ECUADOR
PROGETTO “CAMMINIAMO INSIEME”
STORIE DESPLAZADE
“Non si affittano case ai colombiani”
da un reportage di Gloria Volpe

Sono le dieci di sera e sto guidando il pickup scassato che la Fondazione ci ha dato per aiutare Lorena a traslocare. Conosco questa famiglia da quattro mesi dei nove che mi trovo qui in Ecuador, a Ibarra, e è la quarta volta che cambiano di alloggio. Anche questa volta, provvisorio. 

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Lorena e la sua famiglia sono rifugiati colombiani; nel loro paese, di “traslochi” ne hanno fatti più di quindici. Spostamenti furtivi, veloci, nascosti, angoscianti. Questa è la storia dei desplazados colombiani, sfollati nel conflitto armato da parte di guerriglieri, paramilitari e/o soldati. La Colombia ne ha visti muoversi nei suoi confini circa 7,3 milioni negli ultimi 50 anni. 

Come Lorena, circa 57.000 colombiani, secondo gli ultimi dati dell’UNCHR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) aggiornati a settembre 2016, hanno ottenuto lo status di rifugiato in Ecuador. Superata la frontiera, si raggiunge il porto sicuro dove approda chi è costretto a fuggire e cerca di ricostruire una nuova vita, segnata spesso da violenza e dolore. La tranquilla Ibarra, distando solo 3 ore dal confine colombiano, è una delle mete privilegiate. Arrivati in Ecuador, come quasi tutti i loro connazionali, Lorena e la sua famiglia hanno vissuto serie difficoltà a trovare un posto dove stare. “Non si affittano case ai colombiani”.


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“Da quanto tempo sei qui?” è una tra le domande che si fanno durante i primi incontri conoscitivi. “Centoventinove giorni”. Alla domanda, pensi di ricevere una risposta in mesi, anni, settimane. No, quasi tutti rispondono in giorni. “Sessantacinque giorni”, “Quarantatre giorni”, “duecentotrentasette giorni”. Immagino queste persone svegliarsi ogni mattina e aggiungere un'altro giorno al loro conteggio. 

Io e Giovanni siamo ad Ibarra come Corpi Civili di Pace per conto del CESC Project, in un nuovo programma della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento del servizio civile nazionale. Ufficialmente appoggiamo famiglie rifugiate e le assistiamo nella parte legale, educativa e sanitaria. Nella pratica, facciamo in modo che una persona che arrivi qui completamente traumatizzata e persa, possa sentirsi presa sotto braccio e non resti sola.
Camminiamo insieme. Che è l’azzeccato nome del nostro progetto. 

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Per leggere il reportage integrale di Gloria Volpe, clicca qui.

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fra i quali prosegue il 
progetto in Ecuador “Camminiamo insieme: percorsi di reinserimento sociale per i rifuguati colombiani vittime di violenza”

CORPI CIVILI DI PACE A IBARRA, ECUADOR 
PROGETTO “CAMMINIAMO INSIEME”
 
DUECENTONOVANTAQUATTRO GIORNI  
DI SPICCHI DI VITA
 
di Gloria Volpe

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Sono le dieci di sera e sto guidando il pickup scassato che la Fondazione ci ha dato per aiutare Lorena a traslocare. Guardo lo specchietto gigante per fare retromarcia, ma la macchina è talmente carica che, sullo sfondo del vetro nero, spiccano solo gli occhi di Lorena e quelli dei suoi figli. I quattro bimbi, dei sei che ha, incastrati sui sedili come pezzi di un tetris, hanno gli occhi sgranati e sorridenti. Quelli di Lorena, sono persi fuori il finestrino e gonfi di lacrime.
Conosco questa famiglia da quattro mesi dei nove che mi trovo qui in Ecuador, ad Ibarra, ed è la quarta volta, da quando li ho conosciuti, che cambiano di alloggio. Anche questa volta, provvisorio. Lorena e la sua famiglia sono rifugiati colombiani; nel loro paese, di “traslochi” ne hanno fatti più di quindici. Spostamenti furtivi, veloci, nascosti, angoscianti.

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Questa è la storia dei desplazados colombiani, sfollati nel conflitto armato da parte di guerriglieri, paramilitari e/o soldati. La Colombia ne ha visti muoversi nei suoi confini circa 7,3 milioni negli ultimi 50 anni. Come Lorena, circa 57.000 colombiani, secondo gli ultimi dati dell’UNCHR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) aggiornati a settembre 2016, hanno ottenuto lo status di rifugiato in Ecuador.
Superata la frontiera, si raggiunge il porto sicuro dove approda chi è costretto a fuggire e cerca di ricostruire una nuova vita, segnata spesso da violenza e dolore.
La tranquilla Ibarra, distando solo 3 ore dal confine colombiano, è una delle mete privilegiate. Arrivati in Ecuador, come quasi tutti i loro connazionali, Lorena e la sua famiglia hanno vissuto serie difficoltà a trovare un posto dove stare. “Non si affittano case ai colombiani” ci hanno raccontato molte famiglie. Figuriamoci poi quando sei alla ricerca di un alloggio senza soldi e con sei figli.

Questa volta Lorena deve lasciare l’autolavaggio dove viveva da sola, perché suo marito dopo averla picchiata e aver venduto il carretto che usava per vendere succhi di frutta, l’ha abbandonata. Le storie di vita che ascoltiamo qui a volte sono tanto assurde, che della realtà a cui siamo abituati non hanno neanche l’ombra. La tragedia si somma alla vulnerabilità. Questa é stata una delle tante giornate lavorative che durano più di 10 ore, ma mai come quest’anno sono arrivata alla sera tanto stanca quanto soddisfatta di aver fatto del bene. 

Credo sia parte del nostro servizio anche l’essere un appoggio certo su cui poter contare. Esserci sempre, anche in quegli spicchi di vita quotidiana al di fuori del “protocollo” nei quali gli ufficiali dell’UNHCR, purtroppo, non entreranno mai.

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Io e Giovanni siamo ad Ibarra come Corpi Civili di Pace per conto del CESC Project, in un nuovo programma della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della Gioventù e del servizio civile nazionale (DGSCN). Arrivati qui, come molti dei nostri compagni sparsi per il mondo, “cavie” di questo esperimento governativo, avevamo inizialmente difficoltà a definirci. Ufficialmente appoggiamo famiglie rifugiate e le assistiamo nella parte legale, educativa e sanitaria. Nella pratica, facciamo in modo che una persona che arrivi qui completamente traumatizzata e persa, possa sentirsi presa sotto braccio e non da sola. Camminiamo insieme: così si chiama il nostro progetto. Ciò significa anche ritrovarsi ad aiutare durante un trasloco, accompagnare a fare la spesa, sporcarsi le mani in una minga di pulizie, aiutare a fare le lavatrici, insegnare come si preparano le orecchiette, organizzare gite e attività di diversione per i bambini, fare in modo che i compiti siano una regola e la loro salute a posto; essere ponte e scudo per la discriminazione e la violenza che subiscono dentro e fuori la scuola, convincendo a denunciare, parlando con docenti e presidi e tornando a sedersi tra i banchi minuscoli di un’aula di scuola. 

Mentre scarichiamo i primi scatoloni dalla macchina, Maikol mi dice che con il suo maestro va un po’ meglio, ma i compagni continuano a picchiarlo e gli dicono “ladrón” quando non si trovano le cose in classe. La discriminazione è fortissima e, la maggior parte delle volte, continua a fare il lavoro delle armi che queste persone pensano di aver lasciato alle loro spalle. Ferisce nel profondo. Umilia. Ti fa sentire impotente e piccolo. Questo è il muro più difficile con cui ci imbattiamo ogni giorno. “Voi siete stranieri vero?” ci dice un professore all’ultima riunione. Per lui, due italiani e una colombiana (la mia squadra di lavoro) non avrebbero mai potuto capire come funzionava il loro sistema educativo, che per il diritto internazionale dovrebbe comunque essere universale e non discriminatorio. Quel giorno, durante la riunione, ho perso il conto di quante volte sia uscita dalla bocca degli adulti la parola “conflitto”.

Siamo soliti pensare al conflitto come lo scontro armato di due parti che lottano per interessi differenti. Ma é molto, molto più profondo dello scontro armato. Si trascina nella vita delle persone, nelle loro relazioni sociali, nella difficoltà di abbandonare la paura e la sfiducia del prossimo, nelle scelte obbligatorie ed a volte dolorose che si è costretti a prendere, nella separazione da ciò che più amiamo: la nostra famiglia, la nostra casa, la nostra terra, i nostri amici, il nostro cibo, i luoghi in cui siamo cresciuti. Il post conflitto sembra essere un terreno minato, completamente secco e senza vita; dove, in punta di piedi, quella vita bisogna cercare di ripiantarla. Seminare, ricostruire e ricucire. La parte del post é tanto delicata quanto quella dello scontro.


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In realtà, anche se la comunità internazionale ha celebrato la sua fine con la firma degli Accordi di Pace tra il Governo colombiano e le FARC-EP il 24 novembre 2016, il conflitto in Colombia non è affatto terminato. Le persone che arrivano qui, la guerra, che é a due passi da noi, ce l’hanno fresca negli occhi.

Una volta una persona mi disse che date ed orari rimangono impressi, quando sono collegati ad eventi forti che ci segnano. E’ vero. I racconti di chi ha vissuto uno stupro, una minaccia, una fuga, un assassinio di una persona cara, sono sempre riccamente dettagliati in ora, colori, odori, vestiti indossati, e a questo si somma il calcolo preciso dei giorni trascorsi da quando si è lasciato il paese. “Da quanto tempo sei qui?” è una tra le domande che si fanno durante i primi incontri conoscitivi. “Centoventinove giorni”. Alla domanda, pensi di ricevere una risposta in mesi, anni, settimane. No, quasi tutti rispondono in giorni. “Sessantacinque giorni”, “Quarantatre giorni”, “duecentotrentasette giorni”. Immagino queste persone svegliarsi la mattina ed aggiungere un'altra unità al loro conteggio. 

Gli adulti contano i giorni, così come i bambini contano le cose. Scarichiamo dalla macchina una busta di panni. “Tu quanti pantaloni hai?” mi chiede Nicole. La verità, non lo so. Sicuramente sufficientemente tanti, se non mi sono mai dovuta porre questa domanda. Mi ha ricordato tanto suo fratello Miguel, 9 anni, che mi urla contento di avere “ben 9 matite colorate” . Dall’Italia, grazie al generoso contributo di tante persone, abbiamo raccolto giocattoli, materiale scolastico e vestiti. Anche per loro. A scuola una maestra ha umiliato Lorena perché non capiva come i bambini potessero permettersi di comprare vestiti di marca e non una divisa. Le sei divise scolastiche, obbligatorie nelle scuole ecuadoriane, valgono l’equivalente di un salario base e l’insegnante non lo sapeva, che tutti i bei vestiti che i bambini indossavano quel giorno, gli erano stati donati.

Siamo arrivati in un periodo in cui il fenomeno migratorio in questa regione attraversa un momento storico: non solo la firma degli Accordi di Pace in Colombia, ma anche quella della nuova Legge migratoria approvata dall’Assemblea Nazionale ecuadoriana il 5 gennaio 2017. Entrambi rimandano all’eliminazione dello status di rifugiato nel territorio ecuadoriano e alla graduale riduzione degli aiuti internazionali presenti nel territorio. Gli aiuti si riducono, ma le persone che chiedono aiuto aumentano. Da gennaio a settembre del 2017, ovvero nel periodo immediatamente successivo all’entrata in vigore degli Accordi, il numero di richiedenti asilo colombiani è aumentato del 30% rispetto allo stesso periodo del 2016. Dal nostro arrivo a giugno 2017, circa sette mesi dopo la firma degli Accordi, il flusso di migranti dalla Colombia (e poi anche massivamente dal Venezuela) non si è mai fermato. Probabilmente, anche se mancano delle stime ufficiali di dominio pubblico da parte delle organizzazioni di competenza, si è triplicato. Soprattutto nel sud del Colombia, l’abbandono dei battaglioni FARC-EP ha paradossalmente favorito e fomentato la disputa tra nuovi gruppi armati illegali che seminano violenza per il controllo dei traffici criminali nei territori di antico controllo guerrigliero. Ciò si è tradotto in un flusso senza pausa attraverso la frontiera andina ed amazzonica, le cui file durano anche sette ore. Così abbiamo deciso di investigare su ciò che vedevamo quotidianamente, raccogliendo testimonianze, dati, interviste, storie che confermano che in questo momento c’è bisogno di aiuto, e che questo aiuto non deve finire.

Osservare, riconoscere, rilevare, analizzare, e condividere situazioni di conflitto, ma soprattutto ascoltare. Questo ci era stato detto in formazione e così abbiamo fatto. Abbiamo ascoltato tantissime storie cercando di buttare giù il magone mentre, guardando in fondo tantissimi occhi di uomini e donne, questi si riempivano di lacrime. Le storie di quasi tutte le parti in campo: il parere delle istituzioni, il vissuto di tantissimi migranti e rifugiati colombiani, le testimonianze di ex guerriglieri, gli sfollati interni del conflitto colombiano. Persone che non si conoscono, eppure si nominano, a volte si odiano e le cui vite si incrociano. Lorena mi dice che questa cosa della “pace” è tutta una buffonata. Alcune ex guerrigliere farchiane mi raccontano che erano entrate ad arruolarsi perché tutta la loro famiglia era stata sterminata dai paramilitari. Nel racconto di una ex guerrigliera M-19 lo Stato aveva fatto sparire e assassinare suo marito. Alcuni desplazados dai guerriglieri, che non credono nel “perdono”; e che, soprattutto, nessuno è mai andato da loro a chiedere scusa. Una storia tanto complessa che anche riuscire a dare una definizione univoca di vittima risulta difficile. Ce ne sono troppe.

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In questo campo minato di distruzione, ricucire il tessuto sociale diventa la scommessa più grande su cui puntare; mettere al centro le persone, che non sono solamente cifre, ma storie. Avvicinare fratelli dello stesso paese divisi tra loro, ma vittime dello stesso Stato, popolazioni e culture differenti costrette a convivere. Favorire percorsi di accompagnamento che possano attivare l’integrazione e stimolare la riconciliazione nei cuori pieni di rabbia e risentimento di tutti quegli esseri umani che vivono senza un posto nel mondo. Solo con il perdono può crearsi la pace, che deve però andare sotto braccio con la giustizia sociale.

Spero che il mio Paese, soprattutto all’inizio di un nuovo governo, continuerà ciò che ha iniziato investendo in programmi come questo. Perché, specialmente in questo tempo nel quale tanti migranti senza un posto nel mondo arrivano a bussare alla nostra di porta, sono poche le volte nel quale mi sento fiera di rappresentarlo. 

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progetto in Ecuador “Camminiamo insieme: percorsi di reinserimento sociale per i rifuguati colombiani vittime di violenza”
CORPI CIVILI DI PACE A IBARRA, ECUADOR
PROGETTO “CAMMINIAMO INSIEME”
UNO SGUARDO OLTRE IL KITSCH
di Giovanni Candeloro

Quando si parla di Nonviolenza, spesso si rischia che il concetto venga interpretato con un’accezione semplicistica e fuorviante. Molti attribuiscono all’idea della Nonviolenza quella sfumatura buonista, perbenista, a tratti ipocrita e fatta di apparenze, tipica del kitsch su cui si omologa sempre di piú questa societá globalizzata. Mi piace la definizione che Milan Kundera da del kitsch: un ideale estetico che elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile. Per questo nell'arte il kitsch si riduce ad un'imitazione sentimentale superficiale, patetica, priva di originalità e creatività.

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Bé, la Nonviolenza autentica poggia esattamente su basi opposte. La Nonviolenza non é la comunicazione politically-correct, non é l’educazione verbale, tantomeno l’altezzosa condanna a priori di comportamenti aggressivi, inaccettabili. La Nonviolenza é ricerca. É un processo che inizia dalla curiositá, supera le proprie zone di comfort, aggira i pregiudizi, azzarda l’empatia e continua a chiedersi perché.

E di solito, é sempre lo stesso. Di solito, il perché di ogni situazione conflittuale é il mancato riconoscimento di chi si ha di fronte, il rifiuto di vederlo, osservarlo e capirlo, l'attribuirgli l’etichetta di inaccettabile per estrometterlo dal campo visivo.

Da quando sono Corpo Civile di Pace in Ecuador, ho perso le staffe varie volte. La volta piú futile e meno importante é avvenuta con queste stesse dinamiche, in un’edicola di una grande città. Da biondo con gli occhi azzurri, in Sudamerica non sfuggo all’appellativo di gringo (statunitense). Per strada, la gente mi si rivolge in Inglese e non di rado, continua a rivolgersi in Inglese anche dopo avergli risposto in Spagnolo di essere italiano. Non sono un grande appassionato della cultura anglosassone, e ammetto di provare un prurito fastidioso ogni volta che sguardi semplicistici e poco curiosi mi appiccicano addosso l’etichetta in cui non mi riconosco assolutamente. Quell’edicolante, eccitato dal mio biondore, non ha ascoltato per tre volte la mia solita formula: - prefiero que me hables en Español, por favor -. Dopo la quarta, mi sono lasciato andare ad una veemente filippica contro l’imperialismo culturale statunitense e contro chi non riesce a guardare oltre le apparenze.

Questo minuscolo episodio di vita quotidiana, sintetizza l’ambiente in cui agisce il mio servizio di Corpo Civile di Pace. Collaborando con varie organizzazioni, Gloria ed io siamo quotidianamente immersi nel microcosmo dei rifugiati colombiani ad Ibarra (Nord dell'Ecuador), un microcosmo permeato all'inverosimile e su vari livelli da pigrizie intellettive, etichette, pregiudizi, cecità, non riconoscimenti e quindi, conflitti.

A livello sociale, nel cuore della timida e riservata cultura andina ecuatoriana, la vitalità e l'espansività tipica colombiana quasi mai viene interpretata come tale, e “colombiano” diventa subito sinonimo di sgarbato, casinista, violento, criminale, pericoloso, narcotrafficante, indecente, inaccettabile.

La nonviolenza è innanzitutto guardare dove il kitsch non vuole guardare. Convinti di ciò, abbiamo voluto concentrare la nostra attenzione su queste storie inaccettabili, per scalfire un minimo il muro del kitsch che impedisce a troppe persone, istituzioni e organizzazioni, di riconoscere la realtà umana che vive ogni migrante. Tra le varie attività quotidiane, abbiamo raccolto più testimonianze possibili, video, interviste, questionari.

I 350 questionari raccolti nei primi sei mesi di servizio, forse non sono un campione rappresentativo del fenomeno migratorio in sé, ma restano pur sempre 350 punti di vista a cui vogliamo dare rilevanza. I primi dati estrapolati, da subito, gridano rivendicazione di fronte alle apparenze dominanti.

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All’apparenza, da circa un anno, in Colombia non c’é piú la guerra (gli Accordi di pace tra il governo e le FARC risalgono al novembre 2016). Ne consegue, secondo un'interpretazione semplicistica ma comunque dominante a livello politico-istituzionale, che i colombiani che arrivano in Ecuador non si possono piú definire rifugiati, nè trattarli come tali.

Dei colombiani intervistati, la metà è emigrata dopo la firma degli Accordi. La stragrande maggioranza di chi è emigrato dalla Colombia “pacificata”, è stata costretta a “lasciare casa in maniera improvvisata”, senza programmare la partenza, fuggendo; dichiara che non si sentiva sicuro in Colombia e che i propri diritti non venivano rispettati. Tre quarti di loro dichiarano che lasciare il Paese è stata una decisione forzata, mentre un terzo di essere stato personalmente perseguitato. Non sono esattamente proporzioni che descrivono un contesto pacifico e sicuro, per cui si debbano negare i diritti di rifugio a chi fugge.

All’apparenza, l’Ecuador ha un ottimo sistema di accoglienza per i rifugiati. Più volte plaudito a livello internazionale come uno dei paesi più accoglienti. Eppure un colombiano su tre degli intervistati crede che l'ecuatoriano comune sia poco accogliente, sfiducioso o troppo chiuso in se stesso; sempre uno su tre, non si sente in una situazione di sicurezza, non si sente protetto nemmeno in Ecuador. Solo il 20% dei colombiani intervistati ha lo stato di rifugio riconosciuto e la percentuale scende al 6% se consideriamo solo quelli emigrati nel periodo post-accordi di pace.

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Ma questi dati, anche se svelano realtà insondate e per lo più ignorate, restano numeri e dati che in quanto tali rappresentano il linguaggio preferito dal kitsch, un linguaggio che permette la formalità distaccata di chi non vuole sorpassare il nozionismo scientifico e il politically-correct.

Un padre colombiano, appena fuggito con tutta la famiglia per proteggere il figlio da un minacciato rapimento, ci ha confessato che la cosa peggiore della loro condizione non è stata tanto il dover abituarsi al nuovo ambiente, affrontare le impellenze pratiche relative alla loro condizione, nemmeno l'aver dovuto abbandonare la rete sociale di appartenenza, quanto bensì la profonda umiliazione subita e incisa per sempre nelle loro personalità. “Di fronte a queste persone che hanno capitale, soldi, armi, persone, uno realmente si sente come un coniglio, e non fa mai bene.”

Queste confessioni hanno la capacità di giungere dove qualsiasi dato statistico non può arrivare, nella dimensione che più di altre ci rende capaci di restare umani, di provare empatia e di rimodellare con essa la nostra percezione della realtà: la dimensione sentimentale.

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Anche se nella loro forma di numeri e percentuali, abbiamo comunque voluto inserire questa dimensione nella nostra ricerca. Abbiamo chiesto a questi inaccettabili di dirci quali sentimenti provano quando pensano alla propria condizione di migranti. La speranza domina su tutti gli altri sentimenti, ottenendo il cuore del 63% degli intervistati. E sperando che non sia stato per una questione di kitsch, è rassicurante constatare che nessuno dei 350 violenti e inaccettabili intervistati si sia dichiarato vicino a un desiderio di vendetta, rancore o collera.

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fra i quali prosegue il 
progetto in Ecuador “Camminiamo insieme: percorsi di reinserimento sociale per i rifuguati colombiani vittime di violenza”

CORPI CIVILI DI PACE A IBARRA, IN ECUADOR
PROGETTO “CAMMINIAMO INSIEME”
350 QUESTIONARI, TRA PERCENTUALI E SENTIMENTI
Viaggio tra gli “inaccettabili” nel Paese più accogliente del mondo
da un reportage di Giovanni Candeloro


Nella nostra attività nei Corpi Civili di Pace a Ibarra, nel Nord dell'Ecuador, ci siamo trovati immersi nel microcosmo dei rifugiati colombiani, permeato di pregiudizi, cecità e conflitti.
A livello sociale, nel cuore della timida e riservata cultura andina ecuatoriana, “colombiano” è sinonimo di casinista, violento, criminale, pericoloso, narcotrafficante. In una parola, “inaccettabile”.
Abbiamo allora raccolto le testimonianze di questi “inaccettabili” attraverso 350 questionari, ricavandone 350 video-interviste.

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In apparenza, dopo gli Accordi di pace tra il governo e le FARC del 2016, in Colombia non c’é più guerra. I colombiani che arrivano in Ecuador non sono “rifugiati”, non potrebbero esser trattati come tali.
Ma fra gli intervistati, la metà è emigrata dalla Colombia “pacificata”, è stata costretta a “lasciare casa in maniera improvvisata” - cioè fuggendo - perché non si sentiva sicuro a casa, i suoi diritti erano violati. Per tre quarti di loro lasciare il Paese è stata una decisione forzata. Un terzo di essi è stato personalmente perseguitato. 
Non sono esattamente proporzioni che descrivono un contesto pacifico e sicuro, per cui si possano negare i diritti di rifugiati.

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L’Ecuador è definito a livello internazionale come uno dei Paesi più accoglienti. Ma solo il 20% dei colombiani intervistati ha lo stato di rifugiato e la percentuale scende al 6% fra gli emigrati dopo gli Accordi di pace. Inoltre, un intervistato su tre definisce l'ecuadoriano comune poco accogliente, diffidente, troppo chiuso in se stesso; e un rifugiato su tre non si sente al sicuro nemmeno in Ecuador.
I video-racconti hanno la capacità di giungere dove qualsiasi dato statistico non può arrivare, nella dimensione che più di altre ci rende capaci di restare umani, di provare empatia e di rimodellare con essa la nostra percezione della realtà: la dimensione sentimentale.
Anche se nella loro forma di numeri e percentuali, abbiamo comunque voluto inserire questa dimensione nella nostra ricerca e abbiamo chiesto agli “inaccettabili” di dirci quali sentimenti provano pensando alla propria condizione. Ebbene: non trapelano né rancore né collera. Nessuno dei 350 “violenti” e “inaccettabili” intervistati si è dichiarato desideroso di vendetta. La speranza domina su tutti i sentimenti, è nel cuore del 63% degli intervistati.

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progetto in Ecuador “Camminiamo insieme: percorsi di reinserimento sociale per i rifugiati colombiani vittime di violenza”



CORPI CIVILI DI PACE IN TANZANIA
PROGETTO ''NYEUPE NA NYEUSI. IL BIANCO E IL NERO''.
L’INCLUSIONE SCOLASTICA DEI BAMBINI CON DISABILITÀ
“May I come in?” non è solo un esercizio d’inglese
da un reportage di Sabina Calzolari


Sul muro della scuola di uno sperduto villaggio nel sud della Tanzania, si legge: “Elimu ni nuru”, che in swahili significa “L'istruzione è luce”.
La consapevolezza dell'importanza dell'educazione è ormai radicata nella popolazione tanzaniana. Il tasso attuale di alfabetizzazione si attesta al 78%, ma sembra destinato a crescere.
L’inglese, seconda lingua nazionale, si impara con frasi recitate a memoria: “May I come in?”, chiedono i bambini al loro insegnante prima di entrare in classe, talvolta senza ricevere risposta.

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Anche i bambini con disabilità chiedono il permesso di entrare. Lo fanno per avere un'opportunità in più di crescere, di condividere le giornate con i loro coetanei e di sgretolare a piccoli colpi il muro che li tiene ancora nell'ombra.
Il diritto allo studio è garantito dalla legge, il Disability act, che recita: “Le persone con disabilità, di ogni età e sesso, hanno gli stessi diritti di accesso all'istruzione [...] degli altri cittadini”.
Nella pratica, invece, sono numerosi i casi di bambini rifiutati da scuole pubbliche e private, perché considerati non in grado di imparare; altri costretti a rinunciare all'educazione per problemi di costi, trasporto, barriere architettoniche o scarso appoggio della famiglia stessa.
Tra loro anche i bambini albini, etichettati come “disabili della pelle”, anche se la loro disabilità è semmai un problema di ipovisione, più o meno grave.

In un contesto ancora ostile, si iniziano tuttavia a rilevare i primi successi, da una parte indotti dall'intervento governativo, dall'altra spinti dalle famiglie dei bambini disabili e da altre organizzazioni, locali e non, che si occupano in diverse forme di disabilità. Anche grazie al supporto di programmi di inclusione scolastica come quello del centro riabilitativo su base comunitaria "Inuka", attraverso il quale sono seguiti e incoraggiati allo studio diversi bambini disabili inseriti nelle scuole del circondario,  non è più una rarità vedere un ragazzino diversamente abile seduto al banco di una scuola pubblica. 

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Qualcuno potrebbe dire che la Tanzania ha problemi ben più urgenti e importanti che garantire il diritto allo studio ai bimbi disabili. Ma le persone con disabilità nel Paese sono 4,2 milioni: ignorare i loro diritti rappresenta non solo una inaccettabile ingiustizia, ma anche un insostenibile peso sociale e economico.
La legge già esiste e non resta che renderla effettiva, ecco perché il compito fondamentale delle ONG, delle associazioni di persone con disabilità e dei singoli interessati al problema, è quello di spingere le istituzioni governative ad essere parte attiva nel cambiamento e non cercare di colmarne le carenze.


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fra i quali continua il 
progetto in Tanzania “Nyeupe Na Nyeusi. Il bianco e il nero”.


CORPI CIVILI DI PACE IN TANZANIA 
PROGETTO ''NYEUPE NA NYEUSI. IL BIANCO E IL NERO'' 
''MAY I COME IN?'' 
di Sabina Calzolari 

Sul muro che delimita l'ingresso alla scuola di Mambegu, un piccolo e sperduto villaggio nel sud della Tanzania, si legge ''Elimu ni nuru'', che tradotto dal swahili significa ''L'istruzione è luce''
La consapevolezza dell'importanza dell'educazione è ormai radicata nella popolazione tanzaniana, tanto che le famiglie con qualche possibilità economica investono gran parte delle loro risorse per garantire ai figli la possibilità di studiare. Il tasso attuale di alfabetizzazione si attesta al 78%1, ma sembra destinato a crescere. 

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La Tanzania è oggi un paese che offre alle nuove generazioni, se in possesso di una buona istruzione, prospettive di un futuro migliore. Si trova attualmente al diciottesimo posto mondiale nella classifica del tasso di crescita del PIL2, al sesto in Africa. 

La scuola pubblica primaria, gratuita e obbligatoria, è tuttavia ancora molto distante dagli standard qualitativi del nostro ''primo mondo'': le classi sono composte da 80 bambini in media; mancano totalmente libri di testo, materiali scolastici e spesso anche sedie e banchi; il rapporto numerico insegnante-alunni costringe ad un approccio educativo mnemonico e che ignora le esigenze del singolo alunno. Si insegnano alcune frasi in inglese, la seconda lingua nazionale, imparate come filastrocche: ''May I come in?'', chiedono i bambini al loro insegnante prima di entrare in classe, talvolta senza ricevere risposta. 

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Sulla porta di un sistema scolastico fragile e carente, con un filo di voce, anche i bambini con disabilità chiedono il permesso di entrare. Lo fanno per avere un'oppurtunità in più di crescere, di condividere le giornate con i loro coetanei e di sgretolare a piccoli colpi il muro che li tiene ancora nell'ombra.
Mentre nel 2010 veniva varata un'importantissima legge a tutela delle persone con disabilità (''Disability act'')3, in tutto il territorio si rilevavano ancora numerosi casi di minori disabili chiusi nelle loro case e nascosti alla comunità e tuttora i diritti a loro garantiti per legge non vengono spesso riconosciuti. Le autorità governative a tutti i livelli, specialmente a quello locale, raramente sono a conoscenza della legge sulla disabilità. 

Il diritto allo studio è garantito in un articolo della legge che recita: ''Le persone con disabilità, di ogni età e sesso, hanno gli stessi diritti di accesso all'istruzione [...] degli altri cittadini''.
Nella pratica, invece, sono numerosi i casi di bambini rifiutati da scuole pubbliche e private, perché considerati non in grado di imparare; altri costretti a rinunciare all'educazione per problemi di costi, trasporto, barriere architettoniche o scarso appoggio della famiglia stessa. 
Tra loro anche i bambini albini, etichettati come ''disabili della pelle'', definizione che rende evidente la scarsa conoscenza della loro disabilità che si evidenzia esclusivamente in un problema di ipovisione, più o meno grave. 
In un contesto ancora ostile, si iniziano tuttavia a rilevare i primi successi, da una parte indotti dall'intervento governativo, dall'altra spinti dalle famiglie dei bambini disabili e da altre organizzazioni, locali e non, che si occupano in diverse forme di disabilità. Anche grazie al supporto di programmi di inclusione scolastica come quello del centro riabilitativo su base comunitaria "Inuka"4, attraverso il quale sono seguiti e incoraggiati allo studio diversi bambini disabili inseriti nelle scuole del circondario,  non è più una rarità vedere un ragazzino diversamente abile seduto al banco di una scuola pubblica.  

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Alcune scuole, con una particolare ''vocazione'', hanno istituito strutture di accoglienza residenziale dedicate esclusivamente ai disabili e accolgono bambini anche da zone piuttosto lontane. Nelle stesse scuole è più facile trovare insegnanti formati nell'ambito dell'educazione speciale e programmi dedicati per bambini ipovedenti. 
Nonostante un incremento del numero di disabili inseriti nelle scuole, sono ancora diverse le lacune del sistema. 
In primis molti dei passi fatti verso l'inclusione sono stati possibili grazie a iniziative personali, di rare strutture scolastiche o di altre organizzazioni; le istituzioni governative si dimostrano ancora poco sensibili al problema e spesso incapaci o disinteressate a mettere in pratica misure efficaci. 
Laddove il bambino disabile è inserito a scuola, si rileva spesso una parziale conoscenza delle sue esigenze da parte del personale educativo, fino a casi in cui sono istituite classi speciali di bambini con disabilità intellettive, insomma il contrario di inclusione. Quando invece gli insegnanti sono formati e attenti, ci si scontra ancora con la difficoltà pratica di una classe formata da 80 studenti.  

È vero, qualcuno potrebbe dire che la Tanzania si trova ancora ad affrontare problemi ben più importanti e garantire alle persone con disabilità il loro diritto allo studio potrebbe passare in secondo piano. 
Eppure sono 4,2 milioni le persone con disabilità5 censite nel paese che se ignorate nei loro diritti rappresenteranno un peso sociale ed economico sempre maggiore. 
La legge già esiste e non resta che renderla effettiva, ecco perché il compito fondamentale delle ONG, delle associazioni di persone con disabilità e dei singoli interessati al problema, è quello di spingere le istituzioni governative ad essere parte attiva nel cambiamento e non cercare di colmarne le carenze.

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1 Fonte: www.indexmundi.com

2 Fonte: www.indexmundi.com

3 Per leggere il testo completo: http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:lPo73qJ3K1cJ:www.lrct.go.tz/download/laws_2010/09-2010%2520Persons%2520with%2520Disabilities%2520Act,%25202010.pdf+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=tz

4 Inuka Southern Highlands Community Based Rehabilitation: http://www.inukacbr.org/

5 Fonte: http://www.ccbrt.or.tz/programmes/disability/disability-in-tanzania/


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progetto in Tanzania “Nyeupe Na Nyeusi. Il bianco e il nero”.
CORPI CIVILI DI PACE A MBEYA, IN TANZANIA: 
PROGETTO ''NYEUPE NA NYEUSI. IL BIANCO E IL NERO'' 
LA CITTÀ VERDE E GLI ALBINI AFRICANI 
“C’è il bianco, il nero e mille sfumature di colori in mezzo e lì in mezzo siamo noi” 
da un reportage di Azzurra Cori


La chiamano la città verde. Appena messo piede a Mbeya mi è sembrato fosse un nome appropriato, con l’esplosione di colori che la stagione delle piogge è scatena qui, a quasi 1700 metri di altezza, in questa valle circondata dai monti. 

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Le tonalità di verde sono infinite ed è sorprendente scoprirne di nuove ogni giorno. 

Sono tornata in Tanzania convinta di aver visto già quasi tutto di questa terra. Ma avevo scordato cosa volesse dire camminare per le strade e sentirsi gli occhi costantemente puntati addosso per via del colore della mia pelle, io una delle poche Mzungu (bianca) per le strade di Mbeya.
In questi 7 mesi non sono cambiati solo i paesaggi; abbiamo anche raccolto i primi frutti del nostro progetto dei Corpi Civili di Pace, un progetto complesso non solo per la sua novità, ma anche per la tematica che affronta: l’albinismo in Tanzania. 



Essere un albino in Africa
Mi sono chiesta molte volte cosa si potesse provare ad essere un un albino in africa, un nero bianco. Un ossimoro che pesa come un macigno in una terra ancora piena di superstizioni e credenze popolari. 

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Essere albini in Africa significa non potersi mai togliere di dosso gli occhi indiscreti di chi pensa che le persone affette da albinismo siano dei fantasmi che non muoiono mai ma svaniscono magicamente nel nulla, e chi pensa che sia una condizione contagiosa, e pensa di potersi arricchire bevendo pozioni fatte con parti dei loro corpi.

Essere albini in Africa non significa solo doversi proteggere quotidianamente contro il caldo sole equatoriale che ti brucia e ustiona la pelle e ti costringe ad indossare grandi cappelli e abiti lunghi.
Essere albini in Africa significa più di tutto dover vivere in una situazione di esclusione sociale e discriminazione dovuta alla sola differenza del colore della pelle.
Una differenza che risiede nella sola percezione che ognuno ha di tutto ciò che è diverso da lui.

Una cosa è certa: in questi 7 mesi ho imparato ad apprezzare tutte le sfumature di colori che i paesaggi e le persone hanno saputo regalarmi perché come recita una vecchia canzone dei 99 posse “C’è il bianco, il nero e mille sfumature di colori in mezzo e lì in mezzo siamo noi”.

Per leggere il reportage integrale di Azzurra Cori, clicca qui.

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